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Domenica, 25 giugno 2017 - ore 10:43

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Simone Mariotti FAQ (Frequently Asked Questions)



Categoria: Principale -> Risparmio e investimenti

Domanda
·  Per poter investire in modo corretto è necessario disporre di molto denaro?
·  Cos'è un fondo comune di investimento?
·  Che differenza c'è tra un fondo (o sicav) di diritto italiano ed uno di diritto estero?
·  Mi propongono spesso delle GPF (Gestione Patrimoniale in Fondi), cosa sono? Sono strumenti utili?
·  E i "fondi di fondi"?
·  Ci sono investimenti che non sono rischiosi?
·  Cosa vuol dire diversificare?
·  Mi devo interessare del "rating"?
·  Quanto costa fare investimenti finanziari?
·  C'è qualcuno che lavora gratis occupandosi dei miei risparmi?
·  Un modo di risparmiare è quello di acquistare prodotti on line?
·  Perché in parte? E sul risparmio gestito?
·  Se mi affido alla mia banca o al mio promotore finanziario, quali sono le domande da fare?
·  Cosa verificare allora?
·  Quanto è utile studiare le performance del passato?
·  Sento dire che i fondi comuni sono in crisi, cosa succede?
·  Mi dicono però che questi prodotti hanno la garanzia del capitale, non è vero?
·  Come faccio a selezionare da solo i fondi o i titoli azionari in cui investire?
·  Il conto corrente è una forma di investimento?
·  Quanto tempo bisogna avere a disposizione per fare un buon investimento?
·  Cos'è la duration?
·  La staticità di un investimento è una cosa buona o cattiva?
·  Le banche sono tutte uguali?
·  I terreni sono un buon investimento?

Risposta
·  Per poter investire in modo corretto è necessario disporre di molto denaro?

Assolutamente no. Dalla metà degli anni novanta con la diffusione dei fondi comuni e, più di recente, degli ETF (Exchange Traded Funds), anche per il piccolo risparmiatore si sono aperte quelle possibilità che nei paesi anglosassoni erano la regola da decenni. Con poche migliaia di euro, a volte anche solo alcune centinaia, si possono acquistare quote di fondi comuni, sicav o ETF che permettono quella vasta diversificazione una volta possibile solo ai possessori di grandi patrimoni. Le cose si sono semplificate anche per chi vuole acquistare singoli titoli direttamente in borsa dato che da anni sono stati eliminati i lotti minimi di negoziazione. Chiaramente con piccole cifre si potranno acquistare pochi titoli, e la diversificazione del portafoglio risulterà limitata rispetto all'acquisto di quote di prodotti gestiti.

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·  Cos'è un fondo comune di investimento?

Un fondo comune d'investimento, o una sicav (società di investimento a capitale variabile - praticamente la stessa cosa se non per una diversa forma giuridica) altro non è che un paniere di titoli che vengono gestiti da un gestore professionista. I titoli sono acquistati con il denaro che arriva dagli investitori che così facendo divengono titolari di un certo numero di quote del fondo a seconda dell'importo investito. Con l'acquisto di una quota il risparmiatore è come se investisse una frazione del suo denaro in ognuno dei titoli che compongono il paniere (che a seconda della tipologia di fondo possono variare in numero da alcune decine ad alcune centinaia), garantendogli così anche con piccole cifre un ampia diversificazione. La società che costituisce il fondo applica sul patrimonio dello stesso le spese necessarie al mantenimento del fondo (la più rilevante è la "commissione di gestione"). Il costo totale annuo è rappresentato dal cosiddetto TER (Total Expense Ratio). Sul mercato italiano sono oramai migliaia i fondi offerti, soprattutto di diritto estero, ognuno specializzato su un particolare segmento del mercato globale: dalle azioni italiane alle obbligazione asiatiche, dalle materie prime ai titoli indicizzati all'inflazione, dalle obbligazioni convertibili alle azioni globali. Il valore delle quote è calcolato tutti i giorni ed è disponibile su Il Sole 24 Ore, e per alcuni fondi anche su altri giornali.

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·  Che differenza c'è tra un fondo (o sicav) di diritto italiano ed uno di diritto estero?

Cambia il tipo di tassazione. E' preferibile un fondo di diritto estero perché è fiscalmente più trasparente: si paga la tassa sulla plusvalenza effettivamente realizzata al momento dello smobilizzo delle quote, mentre nei prodotti di diritto italiano la tassa è pagata tutti i giorni, accumulando eventualmente dei crediti d'imposta in caso di minusvalenza. Con tale sistema il valore della quota è sempre al netto dell'eventuale imposizione fiscale. Ma quella italiana è un'anomalia che è destinata a sparire e si attende da tempo un adeguamento della normativa. Secondo quanto disposto dal decreto milleproroghe 2011, la tassazione dei fondi italiani sarà uniformata a quella dei fondi esteri a partire dal 1 luglio 2011.

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·  Mi propongono spesso delle GPF (Gestione Patrimoniale in Fondi), cosa sono? Sono strumenti utili?

Con l'entrata in vigore della direttiva Mifid nel novembre 2007 le GPF sono entrate in un cammino che, speriamo, porterà alla loro progressiva estinzione. Tutt'altro che efficienti, erano sono strumenti più che altro utili ad aumentare i costi di gestione a carico del risparmiatore, cosa oggi limitata dalla Mifid, appunto, che ha vietato la duplicazione dei costi. Una GPF non è altro che un sistema in cui un gestore seleziona un certo numero di fondi comuni da mettere assieme, i quali fondi sono a loro volta già dei panieri di titoli. Sostituiscono quindi quel lavoro di selezione ed analisi che dovrebbe essere fatto da un consulente, ma finiscono inevitabilmente per costare troppo e per essere troppo standardizzate. Si può ricorrere a tali strumenti per parti residuali di un portafoglio, a patto che siano gestite da gestori indipendenti dal gruppo che le colloca e che selezionino fondi da una vasta gamma di società di gestione (e non solo dai prodotti del gruppo che vende la gestione). In caso contrario sono assolutamente da respingere.

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·  E i "fondi di fondi"?

Sono solo un po' meno costosi delle GPF, ma in pratica fanno la stessa cosa, e sarebbero tendenzialmente da evitare. Sono da preferire comunque alle GPF perché perlomeno sono trasparenti come un qualsiasi altro fondo, sicav o ETF, con una quota il cui valore è pubblicato continuamente sul giornale.

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·  Ci sono investimenti che non sono rischiosi?

NO! Un minimo livello di rischio è sempre presente! A volte è molto piccolo, o quasi trascurabile, ma è sempre da tenere in considerazione. Per esempio, investire in un Bot ha un rischio bassissimo, ma è più rischioso di un titolo con caratteristiche equivalenti emesso dalla Germania. Mentre tenere i soldi sotto il materasso (o in cassaforte) è enormemente più rischioso di un Bot: oltre alla perdita certa da inflazione, c'è anche il rischio furto. Per ridurre il rischio bisogna diversificare i propri investimenti evitando di cadere nella tentazione di puntare solo su quelli che sembrano gli "investimenti migliori" del momento (vedi più sotto la risposta alla domanda "Se mi affido alla mia banca o al mio promotore finanziario, quali sono le domande da fare?").

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·  Cosa vuol dire diversificare?

Per quanto incredibile possa sembrare, tante ricerche di mercato rivelano che moltissime persone sono convinte che investire in una o in 5 azioni comporti lo stesso livello di rischio, o che acquistare un titolo di una grande multinazionale attiva su più settori non differisca molto dal sottoscrivere le azioni di una società non quotata della propria città. E c'è chi ancora crede che le obbligazioni siano sempre prive di rischio. Detto in modo molto banale, diversificare significa non mettere tutte le uova in un solo paniere; ma significa anche esporre i vari panieri a pericoli diversi. Investire in 10 azioni di 10 società tecnologiche comporta solo una limitata diversificazione. Avere tutti i propri risparmi in tre obbligazioni emesse dal Brasile non è una gran bella idea. E anche investire solo in immobili, al contrario di un tanto diffuso quando erroneo luogo comune, è ugualmente sbagliato.

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·  Mi devo interessare del "rating"?

"Chi avesse dato un'occhiata al rating dell'Argentina nel 2000 avrebbe notato come sia Moody's che S&P's attribuissero al paese sudamericano un punteggio non certo incoraggiante: B1/B+. Ora, non pretendo che il popolo degli investitori poco avvezzo alla finanza si trasformasse in un esercito di profondi conoscitori del debito estero di un paese straniero; tuttavia una domanda chiunque se la sarebbe potuta anche fare, nonostante le ottimistiche e superficiali promesse degli sportellisti di banca. Se non vi era veramente nessun rischio chi mai avrebbe comprato titoli di stato che rendevano il 4% quando erano disponibili obbligazioni argentine che "regalavano" il 10%? L'unica scusante sarebbe stata l'ignoranza sui rendimenti offerti dai nostri titoli pubblici.
La realtà dei tassi era invece ben presente a tutti, tanto che fu proprio la grande voglia di quegli alti rendimenti, oramai negati dai Bot, che impedì alla maggioranza degli italiani (e dei sottoscrittori di massa negli altri paesi) di chiedersi come mai vi era una così forte disparità tra i rendimenti dei titoli nostrani e quelli argentini. Inoltre, se avessi chiesto a qualcuno di informarmi su cosa volesse dire una B nella scala di rating, avrei avuto difficoltà a trovare spiegazioni approfondite da una gran parte di collocatori bancari. Ed anche chi era a conoscenza del rischio dichiarato, pareva scartare decisamente tale possibilità, con la difesa psicologica del "tanto non accade". E' il comportamento tipico che nelle scienze sociali si definisce come azzardo morale.
Il cosiddetto "azzardo morale" (moral hazard) può essere anche spiegato come un'altra versione del solito "noi sì che siamo più furbi degli altri".
Innanzitutto la parola "morale" non ha nulla a che vedere con la moralità, ma deve essere intesa nel suo significato più antico di qualcosa che ha a che fare con la mente. In sostanza, si prende un rischio in modo azzardato, senza però considerare con la dovuta attenzione la probabilità di un fallimento. Spieghiamoci meglio.
L'azzardo morale è uno dei tre casi classici di asimmetria informativa tra i partecipanti ad una transazione, asimmetria dovuta al fatto che qualcuno dispone di più informazioni. Gli altri due casi sono l'insider trading e la "selezione avversa" (adverse selection).
Sull'insider trading non mi dilungo, essendo ben conosciuto: è l'uso personale di informazioni riservate da parte del management aziendale; informazioni che, se rese pubbliche, modificherebbero significativamente il prezzo di un titolo azionario.
Adverse selection e moral hazard, invece, indicano le asimmetrie informative che si verificano rispettivamente prima e dopo la conclusione di un contratto. Una vecchia battuta diceva che quando nasce un figlio è sempre un rischio perché non sai mai chi ti metti in casa: è in realtà (un po' paradossalmente) un tipico caso di adverse selection. In termini più economici è il caso, per esempio, delle polizze assicurative quando l'assicuratore non sa se il futuro assicurato si comporterà in modo diligente o no, o se ha nascosto un suo stato di salute già precario, ma non ancora evidente: il contratto che ne risulterà non sarà quello ottimale (Nella letteratura economica per spiegare il fenomeno della adverse selection si usa citare una battuta di Groucho Marx, il mattatore del famoso quartetto di fratelli comici americani, che diceva che non avrebbe mai accettato di entrare a far parte di un club disposto ad accettare tra i suoi membri un tipo come lui).
L'azzardo morale, che qui maggiormente ci interessa, riguarda invece il comportamento individuale, successivo alla stipula del contratto. La distorsione in tal caso avviene, se restiamo nel caso delle polizze, sotto forma di una minor diligenza da parte di chi si sente protetto; per restare invece nell'ambito della nostra battuta, un discolaccio di buona famiglia potrebbe non porre limiti ai vizi (magari il gioco), contraendo debiti molto oltre le sue possibilità con la convinzione che saranno poi azzerati dal papà facoltoso preoccupato di non sporcare il buon nome della famiglia.
Tornando all'economia, si può notare come una delle critiche principali rivolte in questi anni all'operato del Fondo Monetario Internazionale è stata proprio quella di aver stimolato un comportamento di azzardo morale da parte dei paesi poveri, poco propensi a intraprendere politiche di serio risanamento economico poiché vi era la convinzione che, prima o poi, sarebbe intervenuto papà-Fondo pronto a mettere le mani al portafoglio per salvare il "figlio" scavezzacollo. L'evidenza empirica dimostra che la critica non è infondata anche se la verità sta nel mezzo. Se allarghiamo un po' la visione, torniamo al punto da cui siamo partiti. L'azzardo morale infatti si manifesta spesso nella tipica espressione "è troppo grande per fallire", seguita dalla naturale conclusione "quindi posso investire tranquillamente". Lo si era detto dell'Asia nel '97, della Russia nel '98, dell'Argentina nel 2001, della Enron, che al tempo del fallimento era la settima compagnia degli USA e anche di Parmalat.
In Italia lo si è riscontrato nel comportamento di molti investitori propensi negli anni passati a ritenere il titolo Fiat più sicuro di altri, perché tanto una mano il governo, "si sa", non l'avrebbe mai negata. La stessa cosa l'abbiamo già fatta rilevare in campo pensionistico, in cui la convinzione di una scarsa possibilità di inadempienza da parte del settore pubblico non induce particolari preoccupazioni nei futuri pensionati, oggi giovani e spensierati.
La delicata vicenda della ristrutturazione del debito argentino conclusasi nel 2005, imposta al mondo in modo arrogante ed unilaterale, con un comportamento molto passivo da parte sia del Fondo Monetario che dei Governi dei paese creditori, che hanno sostanzialmente lasciato fare, ha creato una nuova pericolosa fonte di azzardo morale. Quanti paesi emergenti negli anni futuri preferiranno andare in default sul proprio debito piuttosto che seguire politiche più rigorose e sostenibili, prendendo ad esempio proprio il caso dell'Argentina?
Tutti i luoghi comuni in genere spingono ad un comportamento di azzardo morale e le conseguenze, dovute alla sottostima dei rischi, possono talvolta essere molto dolorose".

(il brano è tratto da "L'investitore libero", Simone Mariotti, 2005)

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·  Quanto costa fare investimenti finanziari?

Se si tratta di acquistare singoli titoli il costo è costituito dalla commissione di intermediazione che viene applicata dall'operatore che esegue l'ordine e che varia a seconda del tipo di titolo. A questo si deve sommare il costo del Deposito Amministrato che è necessario aprire presso una banca per depositarvi i titoli. Per i prodotti gestiti bisognerà informarsi sull'eventuale presenza delle commissioni applicate all'ingresso dal collocatore (sono un residuo del passato ed imponete che non vi siano applicate: è sempre possibile farlo!) e dal costo annuo di gestione.

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·  C'è qualcuno che lavora gratis occupandosi dei miei risparmi?

Quello dei costi è un tema spinoso. Non ci si deve illudere che chi si occupa di gestire denaro o di assistere i risparmiatori lo faccia gratis. Ci sono vari modi tuttavia per limitare i costi, ma occorre un po' di impegno e di studio, il che alla fine costa comunque qualcosa, a volte molto, almeno per me che assegno al tempo libero un grosso valore, specialmente se è tempo sottratto alla famiglia.

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·  Un modo di risparmiare è quello di acquistare prodotti on line?

In parte sì. Se non volete pagare troppo denaro in spese, il mercato oggi vi offre la possibilità di acquistare tutto quello che vi serve attraverso i servizi di trading on line che fanno risparmiare sulle commissioni di intermediazione. Quindi, se la vostra analisi di investimento vi porta a propendere per l'acquisto di un gruppetto di singoli titoli, azionari od obbligazionari, è certamente più conveniente farlo da soli con il trading on line. Quindi nella scelta di una banca con cui lavorare rivolgetevi una che offra anche tale servizio e che abbia una buona piattaforma on line per il trading.

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·  Perché in parte? E sul risparmio gestito?

Per quel che riguarda il risparmio gestito (ma questo vale anche per i titoli, la cui scelta deve rientrare in un discorso di pianificazione generale) la cosa importante è impostare una buona diversificazione del vostro portafoglio (la cosiddetta "asset allocation": quante azioni e di quali mercati, quante obbligazioni e con quali caratteristiche, quanta liquidità, altro) e poi fare la selezione di cosa comperare all'interno delle tante società di gestione. Ora, dove lo andrete a comperare conta poco perché il prodotto sarà lo stesso ovunque, ed il valore di un tipo di quota sarà lo stesso sia che lo acquistiate in un "fund store" on line che presso una Banca od un promotore finanziario. In questi ultimi due casi l'importante è che non vi facciate applicare le commissioni di ingresso.

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·  Se mi affido alla mia banca o al mio promotore finanziario, quali sono le domande da fare?

Innanzitutto le domande è bene che siano loro a farle a voi. Diffidate di chi si presenta offrendo prodotti sempre buoni per tutto e tutti; ogni scelta deve essere personalizzata. Quanto a voi, dimenticate la domanda che fanno ahimé tutti: "DOVE E' MEGLIO INVESTIRE OGGI?" Questa è forse la più stupida è pericolosa domanda che si possa fare a chi propone un investimento. Stupida perchè ha una risposta unica ed ovvia: tutti e nessuno. Se non fosse così non esisterebbe il mercato, non ci sarebbero quotazioni, aspettative, scommesse sui cambi, sui prezzi delle materie prime. In una fase nera del mercato azionario c'è qualcuno che riterrà buono acquistare ed altri buono vedere allo scoperto. Se non fosse così il mercato sarebbe prevedibile e non sarebbe più "il mercato". E per fortuna non è così. Pericolosa perché rischiate di trovare qualcuno davanti a voi che non vede l'ora di rispondere a simili domande riempiendosi la bocca con fumose teorie da stregone della finanza: buona fortuna se abboccate.

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·  Cosa verificare allora?

Regole precise non vene sono, e conta molto la serietà (chi evita un fare da guru), l'onestà (chi propone cose utili al cliente e non solo alla banca o sim - che devono comunque avere un guadagno) e la preparazione del vostro interlocutore. Alcune cose però le potete testare. Innanzitutto verificate il portafoglio prodotti all'interno del quale avviene la scelta. Se è costituito solo da roba di casa (fondi solo della banca o del gruppo, idem per le obbligazioni e le polizze), non è un bel segno. Per quel che riguarda il risparmio gestito in particolare, oggi oramai quasi tutte le banche e le sim hanno accordi di distribuzione con più società, soprattutto estere. Tuttavia tali società vengono sbandierate nei depliant come specchietti per le allodole per mostrare indipendenza, ma alla fine non vengono mai usate preferendo prodotti di casa. Non è detto che a volte il fondo del gruppo non vada bene, ma se l'offerta è limitata solo a quelli chiedete il perché. Non esistono società in assoluto migliori di altre (tanto meno quelle del gruppo della vostra banca), ma alcune di esse, soprattutto estere, hanno il vantaggio non indifferente di essere indipendenti dai grandi gruppi bancari, e per la qualità e libertà della gestione questo è un bene. Indagare su questo aspetto porta spesso a rifiutare la prima offerta che arriva dai grandi gruppi italiani, specialmente se si tratta di gestioni patrimoniali.

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·  Quanto è utile studiare le performance del passato?

Su questo ho scritto a lungo in un capitolo del mio testo L'investitore libero (consultate l'indice presente in questo sito per verificare i contenuti). Le performance del passato sono un dato che andrebbe valutato con molta attenzione, e facilmente distoglie l'attenzione da altri elementi. Bisognerebbe giudicare una società nel suo complesso: il livello dei costi operativi, la costanza dei risultati di tutti i fondi, l'indipendenza, la trasparenza, la dimensione. Focalizzarsi solo sul risultato passato è spesso perdente per varie ragioni tra cui due molto importanti: il gestore potrebbe aver avuto semplicemente più fortuna degli atri, e capita spesso; il gestore potrebbe non lavorare più per quella società, e capita spessissimo!

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·  Sento dire che i fondi comuni sono in crisi, cosa succede?

In Italia, più che in altri paesi, la domanda di prodotti finanziari è dominata dall'offerta, e questo è un male. In pratica gli italiani si "bevono" senza fiatare tutto quello che le banche propinano loro. Accade allora che da diverso tempo le banche hanno iniziato a suggerire ai clienti (che obbediscono) di smobilizzare i vecchi fondi, trasparenti, quotati e non vincolanti per gli investitori, in altri prodotti per le banche molto più convenienti: 1) le obbligazioni emesse da loro, non quotate e con un rapporto rischio rendimento a volte assai discutibile; 2) prodotti strutturati, spesso obbligazioni indicizzate con strutture complicate ed assurde, costose, non quotate e molto vincolanti; 3) polizze assicurative che replicano grossolanamente gli investimenti realizzabili con i fondi comuni, che però vincolano il cliente con penalità di riscatto e maggiori costi di gestione.

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·  Mi dicono però che questi prodotti hanno la garanzia del capitale, non è vero?

Un detto del mondo della finanza dice che "se sei abbastanza intelligente da capire come funziona un prodotto a capitale garantito sei anche sufficientemente intelligente per non averne bisogno". Innanzitutto che vuol dire "capitale garantito"? Garantito da chi? Questo è quello che i sottoscrittori non si chiedono mai. Non dalla banca che lo vende, e questo è un particolare che curiosamente viene spesso tralasciato. La garanzia è data infatti da un'obbligazione che si acquista assieme alla struttura su cui si e obbligazione (uno zero coupon) che alla fine ricostituisce il capitale iniziale. Questo titolo zero coupon (che cioè non paga cedole, ma guadagna sulla differenza tra valore di emissione e 100, il valore finale di ogni obbligazione), a seconda della durata del titolo, va a impiegare una bella fetta del vostro denaro, circa l'80%. Con il resto si utilizzano solitamente dei derivati per scommettere sui mercati oggetto dell'indicizzazione. Il tutto stracarico di costi, che pagate voi, e di vincoli penalizzanti. Risultato: se il mercato cui è legata l'indicizzazione va bene nella stragrande maggioranza dei casi alla fine dei 5 o 6 anni previsti solitamente porterete a casa a malapena il rendimento dei BOT o poco più, perché i costi si mangiano tutto il resto, se le cose vanno male riavrete il capitale, a meno che... a meno che l'emittente che ha emesso l'obbligazione a garanzia non sia fallito. Per esempio, se la banca americana Bear Stearns fosse fallita, e ci è andata vicinissimo, molti prodotti a capitale "garantito" che avevano le obbligazioni di quella banca come garanzia si sarebbero rivelati prodotti tutt'altro che garantiti.
Davanti ad un prodotto garantito dovete fare quindi due cose: chiedere "garantito da chi?" e soprattutto… EVITARLO!!!
SE NON VOLETE RISCHIARE COMPREATE TITOLI DI STATO AD ALTO RATING E A BREVE DURATA: AVRETE LO STESSO RISULTATO MA SENZA VINCOLI.

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·  Come faccio a selezionare da solo i fondi o i titoli azionari in cui investire?

Al riguardo riporto un brano tratto dal capitolo 4 del mio testo "L'investitore libero" che, anche se inserito all'interno di un discorso più ampio, credo offra degli spunti di riflessione.

Cerchiamo di investire principalmente in large cap, senza però eliminare i piccoli titoli. Direi che il rapporto di uno a cinque può andare, se ci limitiamo ai mercati europeo e americano. Ricordiamoci però di porre attenzione ai fondi che andremo ad utilizzare. Se il nostro fondo large cap Europa o America investe anche in piccoli titoli, allora è superfluo aggiungere anche un fondo small cap, che finirebbe per sovrappesare tale categoria.
Una buona fetta del portafoglio deve essere dedicata sia all'Europa che all'America, con l'accorgimento sopra ricordato (per chi ne ha la possibilità) di frazionare in più di un fondo. Spesso mi sono imbattuto in portafogli costruiti totalmente a caso, molti dei quali senza un euro a Wall Street, ma con il 30% nei paesi emergenti e il 50% (o più) nella sola Italia.
Se avete intenzione di investire in un'area geografica particolare chiedetevi seriamente quali sono i motivi che vi spingono a farlo. Se ne siete convinti e se siete in grado di far capire la vostra scelta a qualcun'altro (è una buona controprova per testare la validità delle vostre convinzioni), agite razionalmente sovrappesando quell'area e una volta intrapreso un cammino cercate di essere coerenti, resistendo a quelle tentazioni che vi porterebbero a ripensamenti troppo frequenti. Sovrappesare però non vuol dire azzardare; se le vostre informazioni vi portano in Cina o in Brasile, andateci con una piccola percentuale del vostro portafoglio, non con il 20% o 30% del totale!
La diversificazione permette di ridurre il rischio; aumentando il numero di fondi si riduce la volatilità. Una parte del rischio però (il rischio sistematico, lo vedremo in seguito) è ineliminabile e l'aggiunta ulteriore di fondi non migliora le cose da questo punto di vista. Non andrei quindi oltre le quindici-venti posizioni; tuttavia, un'ottima diversificazione di lungo periodo può essere realizzata anche con 8/10 fondi: dipende dalle somme a disposizione, dalla flessibilità delle società di investimento nel gestire piccole cifre (soprattutto in termini di costi), e dalla preparazione di chi vi assiste nella selezione.
L'ultimo consiglio è ancora quello di guardare dentro di noi. Dobbiamo renderci conto di quello che stiamo facendo. Il grande Peter Lynch diceva che "la lista delle qualità che una persona dovrebbe avere per investire in azioni dovrebbe includere: pazienza, fiducia in sé stessi, buon senso, distacco, tenacia, umiltà, flessibilità, propensione a fare ricerche indipendenti, uguale propensione ad ammettere i propri errori ed abilità ad ignorare il panico generale". Ricordava inoltre quello che è l'insegnamento base dell'investimento azionario che, tramite le sue parole (di chi cioè ha ottenuto uno dei più favolosi record di performance, battendo il mercato per 13 anni di fila), spero ottenga il peso che merita: "Se non potete dire a voi stessi 'Quando sono sotto del 25% sono un compratore', e bandire per sempre il pensiero fatale 'Quando sono sotto del 25% sono un venditore', allora non riuscirete mai a fare profitti decenti con le azioni".

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·  Il conto corrente è una forma di investimento?

No, è un servizio per gestire la propria disponibilità liquida nell'immediato. Ci possono essere delle offerte allettanti sui tassi di interesse per periodi limitati di tempo (qualche mese), ma ricordate che sugli interessi di conto corrente c'è un prelievo fiscale del 27% che rende meno brillanti molte iniziative commerciali. Ad ogni modo su un periodo annuale troverete sempre un Bot in grado di far meglio del conto corrente, anche in caso di offerte "speciali".

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·  Quanto tempo bisogna avere a disposizione per fare un buon investimento?

Da pochi mesi per la gestione della liquidità a tutta la vita per gli investimenti con scopo previdenziale. Nel mezzo non ci sono regole scritte, dipenderà solo da quanto vorrete rischiare ed ottenere. Un investimento azionario andrebbe pensato per il lungo periodo, concetto interpretabile in modo assi flessibili. Io dico almeno 10 anni, ma è una mia visione delle cose. In tale lasso temporale è ragionevole pensare che un paniere ben diversificato di titoli non comporti rischi eccessivi. Ma lo stesso paniere acquistato con un'ottica di un solo anno diventa un investimento assai rischioso. Lo stesso vale per le obbligazioni che hanno un parametro che si chiama duration che (al di là del rischio di fallimento dell'emittente, misurato dal rating) rappresenta il riferimento temporale cui è necessario rapportarsi per non avere brutte sorprese dal titolo.

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·  Cos'è la duration?

"Definirla in due parole non è semplice, anche perché è un concetto matematicamente non immediato. Formalmente è la media aritmetica ponderata di tutte le scadenze cedolari e del rimborso finale, ponderando ogni scadenza con il rapporto tra il valore attuale della rispettiva cedola diviso per il prezzo corrente del titolo. Come tasso di attualizzazione si utilizza il rendimento del titolo alla scadenza. Sostanzialmente indica quanto tempo occorre per rientrare finanziariamente in possesso dei soldi investiti, maggiorati del rendimento iniziale annuo (considerando anche il reinvestimento delle cedole allo stesso tasso). Il problema sta in quel "finanziariamente". Un esempio aiuterà a chiarire il concetto. Quando è che rientrerete nel possesso pieno dell'investimento e del suo interesse in un titolo zero-coupon, cioè in uno di quei titoli che non pagano nessuna cedola, in cui il guadagno sta solo nella differenza tra il prezzo iniziale e il valore di rimborso a scadenza? In questo caso la risposta è semplice: alla scadenza del titolo, perché prima di tale data non riceverò nulla. La duration di uno zero-coupon coincide quindi con la sua durata residua.
Se però un titolo paga anche delle cedole, in un certo senso si accorcia il periodo di attesa ed arriverà un momento in cui la somma tra ciò che mi avrà fruttato sino ad allora, reinvestendo continuamente le cedole incassate, ed il ricavato ottenibile dalla vendita anticipata, garantirebbe all'investimento un rendimento pari a quello iniziale presente al momento dell'acquisto del titolo. Più alta è la cedola, e più alto è il rendimento del titolo, meno dovremo attendere. Ricordiamo però che l'ipotesi base è quella del reinvestimento delle cedole, operazione facilitata se si sceglie di investire tramite dei fondi comuni (in tal caso la duration del fondo è data dalla media ponderata delle duration dei singoli titoli presenti in portafoglio).
Insomma, possiamo riassumere dicendo che la duration di un titolo (o di un fondo) è il tempo che è necessario attendere per non avere sorprese sul rendimento a causa del movimento dei tassi di interesse, quel tempo che bilancia, per intenderci, lo svantaggio di un rialzo dei tassi, che va a pesare sul prezzo del titolo, con i maggiori proventi provenienti dalle cedole, che possono essere rinvestite ad un tasso maggiore, e viceversa.
Più è alta la duration, più un titolo è volatile; a parità di scadenza, quindi, gli zero-coupon sono i titoli più rischiosi e si prestano meglio di altri a speculazioni realizzate sulla base di previsioni sull'andamento dei tassi.
Un indicatore che approssima abbastanza bene, in termini numerici concreti, la reattività del prezzo di un titolo alla variazione dei rendimenti è la duration modificata. Essa è uguale alla duration divisa per la somma tra uno e il rendimento del titolo. Una duration modificata pari a 5 significa che un aumento di un punto percentuale del rendimento del titolo comporta una variazione opposta, quindi un calo, del 5% del suo prezzo. Dunque tanto maggiore è la duration modificata, tanto più consistente è l'impatto sul prezzo del titolo di una variazione nel rendimento dello stesso, causata per esempio da una variazione dei tassi ufficiali, o da un mutamento nelle aspettative. Attenzione: non si deve confondere la cedola di un titolo (che è un flusso di cassa periodico la cui entità è decisa dall'emittente) con il suo rendimento, che indica invece l'effettivo guadagno che il mercato, attribuendo un prezzo all'obbligazione, valuta sia giusto ottenere da un titolo con quelle caratteristiche".

(tratto da L'investitore libero, Simone Mariotti, 2005)

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·  La staticità di un investimento è una cosa buona o cattiva?

Diciamo che la coerenza è una delle caratteristiche più invidiabili in un buon investitore. Fate scelte ragionate, magari assieme a qualcuno che vi assista, e poi siate coerenti con le scelte fatte. E' consigliabile resistere la tentazione di saltare da un carro all'altro (soprattutto se spinti dal proprio "istinto" o "fiuto") a seconda di come tira il vento o della moda del momento.

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·  Le banche sono tutte uguali?

La struttura è quasi sempre la stessa e i loro interessi pure, ma gli uomini possono fare la differenza. Come già detto, le banche non sono enti di beneficenza, e sfruttano la loro posizione di potere per fare soldi. Il problema è che gli italiani, così spesso critici a parole con il sistema bancario, fanno in realtà assai poco per cambiare la situazione. Se solo iniziassero a chiudere i conti presso le banche che non li trattano bene ed iniziassero a spostarsi presso altri istituti, si innescherebbe un meccanismo concorrenziale che non farebbe che del bene al sistema.

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·  I terreni sono un buon investimento?

Certamente, come lo possono essere gli immobili, l'oro, il nickel, le opere d'arte, la carne di maiale o i grandi vini d'annata. La domanda che vi dovete porre è: Sono esperto di questi settori? Quante informazioni ho al riguardo? Dove le ho reperite? Sono affidabili o manipolate? A tal proposito, su Il Sole 24 Ore del 27 aprile 2008, a pagina 27, è apparso un ottimo articolo di commento di Marco Liera. Ve lo ripropongo perché inquadra in modo eccellente il nocciolo del problema (il titolo originale era "Il boom dei terreni, l'ennesima tentazione")

"L'impennata dei prezzi agricoli degli ultimi mesi ha riacceso l'attenzione sugli investimenti in terreni (si veda il "Sole-24 Ore" di venerdì 25 aprile). Una forma di impiego primordiale, che piace a milioni di famiglie - benestanti e non - perché queste stesse famiglie hanno avuto al proprio interno, per parentela o per amicizia qualche esperienza di questo tipo, che si è rivelata assai più soddisfacente della sottoscrizione di tanti prodotti di investimento finanziari. "Ah, se avessi comprato quel terreno agricolo al posto di quelle obbligazioni (o di quei fondi comuni, o di quelle azioni)!"
L'emotività influenza molto la preferenza verso l'impiego in terreni, come accade per quasi tutte le forme di investimento in beni fisici (immobili, oro, opere d'arte e così via). Ciò spinge a sorvolare pericolosamente sulle conoscenze che sono necessarie per investire in modo consapevole in queste asset class, caratterizzate da grandi asimmetrie informative (le informazioni giuste sono nelle mani di pochi), poco regolamentate, illiquide e fortemente manipolabili.
Ciò non esclude che i terreni possano in futuro rivelarsi dei buoni investimenti per un numero non trascurabile di privati. Tuttavia, un ulteriore problema è che mancano studi approfonditi sul profilo rischio/rendimento di lungo periodo di questa categoria di attivi. In compenso su Internet abbondano offerte di investimenti in terreni in zone esotiche del globo che promettono ritorni del 350% nella speranza che entrino nel mirino di qualche sviluppatore. In effetti è un peccato che studiosi e accademici non si siano dedicati a sufficienza all'analisi finanziaria di questo tipo di investimenti, che è stato uno dei primissimi beni ai quali si sono interessati gli economisti (come David Ricardo e Thomas Malthus). Ma se i prezzi agricoli continueranno a salire, state tranquilli che si cominceranno a produrre studi anche sull'andamento dei terreni, più o meno distorti e con finalità più o meno pubblicitarie. Il rischio è che, come accaduto in casi analoghi (dalla speculazione sui tulipani del 17mo secolo alla bolla di Internet del 2000), folle di investitori delusi da altre asset class si precipitino a comprare risaie e campi di grano senza possedere le informazioni migliori e senza averle opportunamente elaborate."

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