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Viserba e la Fabbrica




di Caludio Zamagni

Pubblicato il 16 settembre 2011 su La Voce di Romagna


La Fabbrica, come la si chiamava una volta da queste parti, è stata un centro di importanza nazionale per la lavorazione tessile del lino e, soprattutto, della canapa. Oggi si fatica anche solo ad immaginare che la canapa fosse coltivata su larga scala, ed ancor più a pensare che la sua lavorazione fosse industrializzata e che potesse occupare centinaia di operai. Eppure, tutto questo succedeva a Viserba tra la fine dell’Ottocento ed il 1940. Mio nonno è stato uno di quegli operai, Giani ad Zamagna. Aveva più o meno trent’anni quando venne assunto alla Fabbrica. Dopo una lunga serie di lavori incerti, quella forse gli sarà sembrata l’occasione giusta che aspettava per dare stabilità alla sua giovane famiglia; era anche per un’opportunità così che Giani, nato in una Longiano che aveva poco da offrire a lui ed ai suoi troppi fratelli, si era di buon grado stabilito nel paesino di sua moglie, la Zvana ad Brancoun, di professione sarta. Viserba dunque.
Viserba prima della Guerra era un territorio con tre poli ben distinti: il piccolo borgo a mare della ferrovia, dove i bagnanti si facevano costruire le loro lussuose villette per l’estate (gli alberghi si contavano sulle dita di una mano, perché solo chi poteva costruirsi una villa andava in vacanza). La maggioranza del territorio constava invece di sterminati chilometri quadrati di poderi coltivati (i Brancoun, per dire, lavoravano la terra nella zona di via Sacramora, così come più o meno tutti i loro parenti, i Pilincin, i Pasuloin, i Canoin...). E poi c’era la Fabbrica. E se era proprio a Viserba è perché qui, da secoli, prima di tutto, c’era la Fossa. Non è un caso che praticamente l’unica costruzione attestata nel territorio di Viserba dal primo catasto noto, all’inizio dell’800, sia proprio il mulino di via Fattori. La possibilità di avere tutta l’acqua che servisse nelle lavorazioni era il perno di tutto. E così nasceva la Fabbrica. Era il sogno del lavoro organizzato, era il miraggio dello stipendio fisso e sicuro. Ed era una cosa seria, vera. Era il futuro, deve aver pensato mio nonno, ma si sbagliava di grosso.
La occuparono i Tedeschi mentre cercavano di tenere la posizione sulla Linea Gotica; c’era spazio in abbondanza, anche per i prigionieri. La occuparono gli Alleati quando i Tedeschi si decisero ad arretrare. La comprò il mitico Ceschina, che da Milano aveva rastrellato quante più proprietà poteva sulla riviera (a Viserba, anche il vastissimo podere della Pantira). La comprò e non la riaprì mai. Da allora la Fabbrica cessò per sempre di essere il sogno di un lavoro moderno per i viserbesi, ma non per questo uscì dal loro immaginario collettivo. I viserbesi cominciarono in quel primo dopoguerra a penetrare segretamente nella Fabbrica, ma non per scattare fotografie, ci andavano a smontare tutti i macchinari che potevano essere rimossi, per rivenderne il metallo; erano i ragazzi di allora, e tutti sanno i loro nomi. Ceschina mandò un efficientissimo custode che veniva dall’Europa dell’Est, e per vari decenni fu molto raro che i viserbesi cercassero di entrare a vedere, e non solo per via del burbero guardiano, ma anche perché erano stati affittati gli alloggi lungo la via Fattori, così come i grandi capannoni lungo la via Marconi, che erano allora in buono stato, ma di cui sono state in seguito abbattute molte parti in muratura, compresi i muri perimetrali, mettendo a nudo la struttura con i pilastri ed il tetto in cemento armato. In quei capannoni c’erano i cascami di lana rovente di Ricceri, l’officina meccanica di Galli, le gru di Rocchi. E c’era, per tutti gli anni ’70, anche mio babbo. Anche lui trentenne. Era il primo capannone sulla destra, entrando dal portale, che allora veniva ancora chiuso con lo spettacolare cancello di legno originale. Lui la chiamava la Butiga. Io ero solo un bambino, ma ci andavo e venivo a mio piacimento. Ci sono stato decine di volte nella mia infanzia; avevo sette o otto anni, e nessuno si preoccupava della mia sicurezza. Certo, erano altri tempi, e del resto ricordo bene tanti dettagli che indicano come la burocrazia italiana funzionasse in modo elastico all’epoca, visto che la tenuta del tetto alla pioggia era assicurata da controsoffitti a base di teli di nylon e che il gabinetto per i lavoratori del posto era uno speciale capannone che aveva un piano interrato e delle grosse aperture quadrate nel pavimento, di fronte alla cabina elettrica. Non c’era, naturalmente, l’acqua corrente.
Il mio oggetto di esplorazione preferito erano ovviamente le parti non occupate, ed in particolare le sale inglobate nel portale; c’erano da qualche parte delle decorazioni musive, delle vasche dove doveva aver zampillato l’acqua, e tutto era ancora in buone condizioni, con gli infissi quasi tutti in ordine. Basta un’occhiata, anche per un bambino, a capire che quel portale è un edificio molto curato dal punto di vista architettonico, e l’interno non era da meno. C’era, naturalmente, anche tutto il resto: le passeggiate tra il verde e nei vasti piazzali (ora invasi dai rovi), le immense pulegge e certi altri macchinari mastodontici rimasti sul posto (e che ci sono ancora oggi), e c’era anche molto di più, visto che i frammezzi interni, ora abbattuti, rendevano più misterioso l’oltrepassarli e più stupefacente la scoperta di quel che c’era dietro. Gli affreschi con i soldati, quelli, negli anni ’70 non sono mai riuscito a trovarli. Del resto ero un bambino, giravo sempre da solo, senza incontrare mai nessuno, ed avendo con me la sgradevole sensazione che il posto fosse così grande che avrei potuto perdermici. C’era comunque il capannone delle “bombe”, l’enorme essiccatoio dove erano ammassati i mobili di chissà quale colonia comprata da Ceschina e, chiusi nei loro contenitori di legno, i famosi serbatoi americani, ancora scintillanti nella loro livrea grigia (tanto che ho creduto poi per decenni che fossero di alluminio). Diversi erano rimasti in perfetto stato, col loro imballo originale, ancora nel 1990, mentre le masserizie erano state già completamente rimosse. A quell’epoca gli eredi Ceschina si erano disfatti del complesso, non c’erano più custodi né affittuari e si poteva entrare con estrema facilità da più accessi che restavano più o meno perennemente praticabili. Credo che sia da quel momento che la Fabbrica ha cominciato ad ospitare le scorribande dei suoi ammiratori. Penso proprio che oggi non sia possibile vedere questo luogo senza restarne meravigliati, e poco importa se si hanno sette anni o settanta. L’organizzazione dello spazio, delle strutture, e perfino il prepotente paesaggio che le circonda, tutto sembra qui come uscito da un sogno. Come a ricordarci che ognuno di noi ha bisogno di qualcosa d’altro, che ha bisogno di poter sognare ad occhi aperti come faceva da bambino, che ha bisogno di sapere che la felicità vera non sta chissà dove, lontano dalla realtà di tutti i giorni, ma che è semplicemente accanto a noi. Ci stiamo camminando a fianco senza accorgerci del tesoro che è disponibile per chi soltanto alza lo sguardo, allunga la mano e lo afferra. Così è della Corderia di Viserba.
Oggi, di quella Viserba dei trent’anni di mio nonno non resta quasi nulla. Non c’è più la cittadina sull’arenile fatta di villette e di pozzi artesiani. Non c’è più la sterminata campagna coltivata appena oltre la ferrovia. Tutto è diventato un’immensa area antropizzata e cementificata, ingombra di palazzi e capannoni. È rimasta solo la Pantira, ormai definitivamente fuori posto, a spiegare cosa fosse Viserba allora. I villini sono andati da un pezzo, trasformati quasi tutti in pensioni o condomini. I loro tetti si sono rialzati di almeno un piano o due, i loro giardini sono stati asfaltati, i loro pozzi sigillati. E allora, quel che resta davvero della Viserba dei trent’anni di mio nonno, è proprio qui, è la Fabbrica.
E, no, non ci avevi preso nonno Giani: la Fabbrica non è il futuro, è il passato.



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La Voce di Romagna - mostra corderia











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