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Le Cronache Malatestiane di Giuliano Bonizzato - Selezione 1





IL MAGICO PIFFERAIO

C’era una volta, in una famosa Città di Mare frequentata da tanti Turisti, la Banda Musicale che da quella Città prendeva il nome. Era una magnifica Banda e, come tutte le Bande che si rispettano, costituita da un gran numero di strumenti a fiato e a percussione, particolarmente adatti per gli Spettacoli all’Aperto.
C’erano dunque l’Ottavino, il Flauto, l’Oboe, i Clarinetti e i Sassofoni. E c’erano anche i Corni, i Cornetti, le Trombe e i Tromboni. E naturalmente Tamburi, Timpani, Piatti e Grancassa. E, per finire perfino un bel triangolino di metallo che, a percuoterlo con una bacchettina, faceva: ”TIN!”.
Accadde dunque che in una bellissima sera d’Estate, questa Banda Musicale, che si esibiva in un vasto Piazzale vicino al Mare, venne improvvisamente assalita da orde di Topi usciti, non si sa come, dal sottosuolo. Topi grandi due spanne con grandi baffi ed occhietti rossi e maligni, ma anche topini graziosi e giocherelloni che si arrampicavano lungo le gambe dei suonatori infilandosi nelle trombe, nei tromboni, nei sassofoni,  e (quelli più piccini), nei  cornetti, nei clarinetti e perfino nell’ottavino. Si videro allora gli orchestrali, che come tutti sanno sono Artisti sensibili e delicati, fuggire a gambe levate verso i boschetti e i viali della Marina, abbandonando i propri strumenti alla furia topesca…Tutti, meno uno. Il suonatore di Flauto. Era questi un giovane alto, magro e pallido, con un orecchino d’oro al lobo sinistro, capelli lunghi e fluenti, occhi scintillanti e pizzetto biondo, il quale, come se nulla fosse, impugnò il proprio strumento traendone una meravigliosa, mai udita melodia. In quella musica c’era tutto: il mare tornato celeste, i cavallucci marini  che ondeggiano lungo la riva, i trampolini sotto la luna frequentati dagli innamorati, la spiaggia notturna senza rapinatori…Ed ecco, quasi per miracolo, la marea nera dei topi arrestarsi, incantata, ad ascoltare quelle note soprannaturali, ecco il flautista muoversi verso il mare a passo di danza, ecco migliaia e migliaia di mustelidi seguirlo, i baffi vibranti e la coda dritta, fino al bagnasciuga…ecco il magico Artista entrare in mare sempre continuando a suonare, fino a mezzo busto…I Topi seguirlo…E perire miseramente soffocati dal fitoplancton in sospensione …
E il Magico Flautista?
Chiamato al servizio del Grande Controllore e incaricato della Derattizzazione del Territorio,  riuscì anche ad addestrare una parte dei  Topi alla Raccolta Indifferenziata dei Rifiuti, risolvendo contemporaneamente il problema della cronica carenza di personale del suo datore di lavoro.
Così tutti vissero felici e contenti, Cittadini, Turisti, Controllori, Grancasse e Tromboni, anche perché, grazie ai soldi risparmiati in virtù del Piffero, venne finalmente costruito il Super Depuratore Galattico, l’Eutrofizzazione sottocosta venne definitivamente sconfitta e il Mare potè così riflettere, come un tempo, il colore del Cielo.

 

MERAVIGLIE GRATIS MA SOLTANTO PER POCHI

Alba Sul Mare. Uno spettacolo rappresentato da sempre, sulla nostra Riviera, a beneficio di pochi privilegiati  che non pagano neppure il biglietto.
Il Regista  che, voglio ricordarlo, è anche Autore e Scenografo, non ha certamente lesinato negli effetti speciali, dal palcoscenico panoramico a centottanta gradi, al magistrale utilizzo di luci e colori. Ma ad entusiasmare gli spettatori è soprattutto il sapiente ritmo della rappresentazione, una vera e propria sinfonia cromatica che, dal timido esordio, si sviluppa sempre più corposa e avvincente, in continue variazioni sul tema, per culminare in un Grande Inno alla Luce e alla Vita. All’aprirsi del sipario, la Scena è immersa in una oscurità destinata progressivamente a dissolversi allorché il Protagonista, inizialmente invisibile, si alza lentamente sul Proscenio che passa da un uniforme colore perlaceo a un diffuso rosato-cilestrino, creando un’atmosfera di grande suspence. L’Idea geniale dell’Autore Scenografo Regista, nell’adattamento dello Spettacolo studiato espressamente per la Riviera Adriatica, consiste nell’aver realizzato una sorta di giuoco di specchi, grazie al quale la scena principale viene riflessa su una vastissima superficie piana a  livello della platea, allo scopo di  porre lo spettatore in grado, volendolo, di interagire con la rappresentazione.
L’entusiasmo e il coinvolgimento dei turisti, soprattutto stranieri, è totale. Sì che non è raro vedere alcuni di loro immergersi alle sei del mattino, aspergendosi prima d’acqua come in un rito pagano, per poi nuotare nella rossa scia del Sole enorme che sorge in tutta la sua meravigliosa bellezza e potenza, riflettendosi nell’acqua limpida e calma che, a quell’ora, caratterizza quasi sempre il nostro Adriatico. Io stesso, presente ad un recente Spettacolo, ho potuto osservare due attempati coniugi danesi avanzare, rapiti, mano nella mano, sul fondale della prima secca, verso l’Astro Nascente. Potenza dell’Arte!
I pochi presenti hanno applaudito a lungo l’Autore che, come al solito, è rimasto dietro le quinte, probabilmente anche un po’ deluso per l’assoluta mancanza di residenti alla Sua Rappresentazione. Pare che vi siano Riminesi che non assistono a un’Alba Sul Mare da più di dieci anni pur non perdendosi neppure una “Gradisca” sulla spiaggia. Va a capire…
2002

 

CICLOTURISTI , COME I PELLEROSSA. UGH!

A differenza del nuotatore d’altura e del podista, il cicloturista  è un animale sociale. Come tale si sposta in gruppo e possiede sviluppati istinti di solidarietà nei confronti dei propri simili. Purtroppo, come specie,sopravvive ormai a stento nel  territorio che un tempo fu suo e che, progressivamente, gli è divenuto sempre più ostile. Mi viene spontaneo paragonare questa specie, che si avvia ormai all’estinzione- almeno per quanto riguarda la sua permanenza sulle strade di traffico - a quella degli indiani d’America, destinati ad essere massacrati dai visi pallidi (gli automobilisti) per essere, infine, confinati nelle riserve  (piste ciclabili) .
Molti  ciclisti, a rafforzare il paragone con gli uomini rossi, assumono con il passare degli anni,  impassibili volti da sioux ,  scavati dalle intemperie, dalle lunghe cavalcate, e dalle battaglie con i Carri di Fumo.

Ugh! Anche se la mia faccia non ha ancora assunto l’aspetto del vecchio cuoio lavorato, sono ormai considerato tra i più Anziani della Tribù per la quale tracciai trentacinque anni fa le Leggi della Grande Caccia : si parte assieme, si torna assieme e ci si ferma  tutti  appena un cavaliere viene disarcionato. Così, spesso, davanti ai fuochi dei bivacchi, accesi in sperduti canyons ove i miei Comanches hanno trovato precario rifugio, mi sento in dovere di narrare ai giovani guerrieri, tra una piada al prosciutto e un bicchiere di Sangiovese, dei tempi felici quando i Carri di Fumo  non avevano ancora invaso, appestandoli, i Grandi Pascoli …
Ma i visi pallidi, purtroppo, diventano sempre più implacabili e crudeli. Qualcuno ha già pronunciato, adattandola ai tempi, la tristemente celebre frase del Generale Sheridan: “L’unico ciclista buono che io conosca è un ciclista morto”. La caccia ai fratelli rossi imperversa  perfino sui più sperduti sentieri appenninici. Così molti indiani delle altre Tribù ( Corvi, Arrapao,  Cherochee, Piedi Neri) hanno già scambiato i loro bellissimi purosangue al carbonio con pesanti cavalli di montagna o mountain-bike e si sono adattati a vivere nella Riserva  che va dalle foci del Marecchia fino alle cime di Verucchio (detta anche “Pista Ciclabile”)…
Ma noi Comanches, ancora resistiamo,  percorrendo veloci, in sella ai nostri agili Mustang, le praterie ancora selvagge a noi soltanto note che costeggiano il mare e scalando agili le pittoresche  Mesetas del nostro entroterra.  No, non   progettiamo agguati contro gli assessori  dalla lingua biforcuta, nè disotterriamo l’ascia di guerra per muovere contro coloro che attentano alla nostra vita e distruggono i  nostri valori. Preferiamo confidare, invece, nel  giorno in cui, adempiutosi il Vaticinio già annunciato da innumerevoli Segni, il Grande Spirito fermerà, all’improvviso tutti i Carri di Fumo e l’Uomo Bianco verrà, umile, da noi, ad apprendere come si può vivere, liberi e felici, correndo tutti assieme nel vento.
Ugh! Ho detto!

 

OMOLOGAZIONE DELLE TETTE. ABBASSO I MONOPOLI PRIVATI

Una volta ce n’erano di tutti i  tipi ed era sempre una scoperta.
Mica come adesso che i davanzali con vista te li sbattono davanti in tutti i modi per strada,  in video, e sui giornali  e sono più o meno tutti uguali, tutti siliconati a dovere... e perfino regalati per Natale da mariti, fidanzati e genitori…
Ai miei tempi bisognava invece darsi da fare. Per vedere. Per capire. Per meditarci sopra. Per fare i confronti.
Tanto per cominciare, c’erano le monopoliste.
Quelle poche,  insomma che li avevano, perfetti in ogni loro dettaglio, direttamente in dotazione da Madre Natura.
Grazie mamma!
Se una ce le aveva così, si sorvolava spesso sul resto. Insomma le poteva mancare anche un dentino, davanti, e magari avere il naso un po’ troppo lungo,  ma chi se ne fregava? Erano come una dote,  una laurea, un’assicurazione… Poi, magari una volta sola nella vita,  qualche fortunato riusciva a toccare con mano tra le monopoliste, l’Araba Fenice, colei che poteva vantare (sto parlando sempre dei seni, ragazzi, non vi distraete!) la leggendaria, favolosa, incredibile, “durezza nove” detta anche durezza “Corindone” da chi aveva studiato mineralogia al Liceo. Corindone! L’unica sostanza naturale che può essere scalfita solo dal diamante!
Ci si passava la voce. “Come una statua, ti dico, solo che sono calde” “Ma dài, non ci posso credere!” –“Te lo giuro!”
Va bè. Mi dispiace, ragazzi. Quelle emozioni,oggi, vi sono inesorabilmente  precluse. Tutte identiche. Tutte omologate. Tutte che si tengono su da sole. Tutte durezza nove. Tutte fredde. Tutte “Corindone”. Anzi, silicone. Non c’è più merito. Non c’è più scoperta. Non c’è più gusto…
Penso, poi, alla frustrazione delle ex monopoliste. Soffro, un po’, per loro. Una volta sarebbero state considerate principesse dal davanzale unico,irripetibile, incontrastato. Anzi, delle vere e proprie regine dai Pomi d’Oro. Tutto finito. Il bisturi come la ghigliottina durante la Rivoluzione Francese. A morte le Regine! Egalitè! Egalitè!
Adesso, loro, le ex monopoliste, anziché veder cadere ai loro piedi decine di tettofili destando le invidie belluine delle coetanee, si sentono chiedere, squallidamente,  dove sono andate a farsi operare…
E hanno voglia, soprattutto se si tratta di dive del cinema o del piccolo schermo, a protestare, a disperarsi, a proclamare ai quattro venti, via Internet e in TV, che le loro sono così di natura. Nessuno le crede… Naturali? Ma dài! Dicono tutte così!
Anche perché ormai, si è perso il ricordo di come erano prima,  e quindi nessuno è più in grado di percepire certe differenze.
Che tristezza, la democrazia delle tette!
E poi, colmo dei colmi: se le fanno costruire pure i transessuali, precise identiche.  Insomma è la svalutazione totale degli attributi femminili, il crollo in borsa, la parità toracica per via chirurgica, la fine della meritocrazia, il tetta-gate…
Per fortuna si sta formando spontaneamente una categoria di specialisti (per lo più autodidatti) in grado di stabilire, valutandone, alla vista ed al tatto, la conformazione, il calore, la reazione alla forza di gravità, nonchè le varie modalità di comportamento durante i movimenti sussultori e ondulatori se, nella fattispecie, trattasi di opera di mamma o del chirurgo e se in quest’ultimo caso, considerata la presenza o meno di cicatrici,  si tratti di mastoplastica ricostruttiva o additiva.
Non rimane, per i pochi intenditori rimasti che rivolgersi a loro non solo per assicurarsi la genuinità del seno prescelto ma anche per evitare i rischi connessi agli scoppi in ambiente pressurizzato e lo stress da prestazione nei casi di sganciamento e/o rotolamento  delle protesi nei momenti topici.
Dovranno rivolgersi a questi  esperti anche le umiliate ex monopoliste, allo scopo di farsi rilasciare valida certificazione di prodotto biologico naturale, tastato in laboratorio.
Sono i “senologi”. Da non confondere coi “semiologi”. Fermo restando che Umberto Eco sarebbe certamente in grado, come d’altronde qualsiasi altro ex ragazzo degli anni sessanta, di capire al volo, anzi al tocco, certe basilari differenze.
A proposito.
Lo stesso discorso vale per i glutei, che da qualche tempo hanno, giustamente, ottenuto pari dignità chirurgica. Qui però, a detta degli esperti, l’esito dell’operazione si presenta problematico. Cosicchè le monopoliste baciate da Venere Callipigia (cioè dalle belle natiche) hanno ancora qualche chance di emergere tra le tante che adotteranno la liposcultura del fondoschiena.

 

DIVIETO DI MOCCOLO

Tra il parroco di Gambettola, il Sindaco e il presidente della locale Società Calcio fu stipulato, nel 1989 (cfr. Resto del Carlino 30.12.89 ), un singolare contratto che prevedeva la concessione al Comune del campo sportivo della Parrocchia per il giuoco del pallone, con l'obbligo "di far osservare ai giuocatori una rigida disciplina morale" che soprattutto "escluda la bestemmia ed ogni altra volgarità", pena lo scioglimento automatico del contratto.
Si trattò di un impegno veramente oneroso per la Società Calcio Gambettolese. Come le successive esperienze dimostrarono, i suoi giuocatori furono gravemente penalizzati dal "fattore campo" proprio nelle partite disputate in casa, laddove i giuocatori ospiti erano invece liberi di esternare tutti i loro sentimenti nei confronti di divinità ritenute ostili, nonchè di comportarsi, se del caso, anche in maniera volgare.
Pare si sia presentata  anche una  delicata questione interpretativa (risoltasi per fortuna in modo positivo e senza ricorso all'Autorità giudiziaria) allorchè un gambettolese, proditoriamente falciato in area, avrebbe protestato al diniego del rigore con un "Dio Bo'" che si prestava a due distinte e opposte letture.Sarebbe prevalsa la tesi del Dio Buono evitando così, ma per un pelo, l'applicazione della clausola risolutiva espressa, di cui alla menzionata scrittura privata.
La dizione generica concernente il divieto "di ogni altra volgarità" portò, infine,  la tensione al culmine. Quasi tutti i calciatori, singolarmente interpellati, ebbero infatti a giustificare il loro scarso rendimento attribuendolo non  soltanto al divieto di moccolo, sul quale in sostanza  tutti si sono trovati d'accordo, ma anche  a una sorta di inibizione delle esternazioni e dei gesti  più comuni che possono aver  luogo  sul campo di giuoco.
Si narra che un difensore, colpito alle parti basse da una pallonata, abbia evitato, con titanico sforzo di volontà, di portare la mano nel luogo del dolore, affinchè il suo gesto non venisse male interpretato dal parroco o dai suoi eventuali informatori. Non parliamo delle parole che normalmente vengono scambiate sul terreno. I giuocatori avversari avevano tutta la libertà di dileggiare e insultare i gambettolesi che viceversa dovevano tacere non essendo contemplata nel contratto l'esimente della ritorsione e della provocazione .
Soltanto nelle partite in trasferta, insomma, i gambettolesi liberi da ogni preoccupazione sul futuro del  campo di calcio, hanno potuto dimostrare tutto il loro valore.

 

ISTRUZIONI PER LE TURISTE

Care turiste
Il culto che molte di voi nutrono per il nostro grande Federico Fellini non deve indurvi nello stesso errore commesso dal Maestro, allorchè, in uno dei suoi capolavori, fece d’ogni erba un fascio identificando il “birro” romagnolo col “Vitellone”. Tra questi due esemplari umani, entrambi estinti, esisteva, infatti, una differenza sostanziale.
I Vitelloni di Fellini (interpretati nell’omonimo film da Alberto Sordi e Franco Fabrizi)  erano  innanzitutto, come il loro creatore,  privi di ogni rapporto col mare. Fellini, infatti (talmente magro e ossuto da esser soprannominato Gandhi o “canocchia” dagli amici) vergognandosi di farsi vedere in costume, si presentava in spiaggia, le poche volte che ci veniva, vestito di tutto punto anche sotto il solleone. E, particolare non indifferente, non sapeva neppure nuotare.
L’habitat del vitellone erano i bar del centro storico, mentre il birro riminese era un animale anfibio che dai sette ai sedici anni si sviluppava sugli scogli artificiali della “Palata” tra tuffi, immersioni subacquee, nuotate di ore per raggiungere le navi militari ancorate al largo, accanite partite ad “assette”e robuste remate sul “moscone.
Sessualmente il vitellone, fu un rassegnato,dalla carnagione pallida, un po’ flaccido, vittima della sua pigrizia e dei suoi complessi, costantemente in bilico tra la giovane illibata “che non si può compromettere” e la prostituta delle case di tolleranza. Al contrario il birro, giunto alla maggiore età abbronzatissimo, squattrinatissimo e con un fisico pazzesco, iniziava la sua attività erotica “imbarcando”  plotoni di disinibite turiste nordiche, di giorno sulla riva del mare  e di notte nei cosiddetti dancing, ove penetrava gratuitamente grazie alla complicità di direttori di sala amici. Il birro, dunque, a differenza dell’amorfo vitellone, reagì  vitalisticamente alla repressione sessuale di quegli anni presessantottini,  grazie ad una  esuberante carica ormonale propiziata dalla lunga astinenza invernale e da un mare e da un sole assolutamente afrodisiaci.
All’inizio di quello che doveva trasformarsi in un fenomeno di massa, il birro, a voler essere sinceri, tirava su di tutto, fedele al motto “basta che respiri”. Poi, quando, su al nord, si sparse la voce, e sulla riviera Adriatica piombarono veri e propri eserciti di magnifiche vikinghe sciamanti festosamente dall’Aeroporto di Miramare, i birri, ridotti in inferiorità numerica, divennero più consapevoli e selettivi. E nacquero anche grandi amori finnico-malatestiani, coronati spesso dai fiori d’arancio. Nel frattempo le ragazze italiane  si evolvevano rapidamente, sia in altezza che in disinvoltura, finendo col battere la concorrenza straniera grazie anche a due marce in più: erano disponibili anche d’inverno e capivano le tue barzellette. Fu la fine di un’epoca.
Per cui, care turiste di Oslo, Copenaghen e Stoccolma, non fatevi illusioni, basandovi sulle entusiasmanti esperienze narratevi dalle vostre nonne! I  Riminesi, ora sazi e appagati, non sono più quelli di una volta. La globalizzazione è arrivata anche “lì”

 

LE BICICLETTE DEI SIGNORI DI UNA VOLTA

Non credevo ai miei occhi.
Quel signore che pedalava davanti a me sulla strada che, attraverso il Parco, porta al Tribunale, inforcava un mito.
Perché ci sono le bici da corsa, che sono come i purosangue. Se si rompono bisogna sparargli, come ai cavalli nel Far West.
E ci sono quelle da lavoro, fatte per durare per sempre. Forti, indistruttibili, come i muli degli Alpini.
Purtroppo non sono quelle che si costruiscono oggi.
Sono quelle degli anni trenta. Ormai introvabili.
Gli “amatori” che le posseggono se le tengono ben strette. Anche se si tratta di “sottomarche”.
Ma questo, poi, è un gioiello. Una vera bici “da signori”.
Mi affianco osservandone con cupidigia tutti i particolari.
Sella Brook in cuoio, manopole d’osso, dinamo coi fari Radius, acciaio laminato a freddo, cromature scintillanti, freni inguainati, pneumatici scolpiti in para e caucciù. Al confronto la mia Vicini, peraltro anch’essa “d’epoca”,  si sente un pò umiliata.
Perché, ragazzi, quella che procede, frusciando dolcemente, davanti a me è nientedimeno che una Umberto Dei “Imperiale”. Di quelle che sul carter portano inciso quel nome, coi caratteri che si usavano nel ventennio.
Vernice originale. Stato di conservazione eccezionale. Si sente la mano paziente di un grande meccanico, esperto nel restauro di questi inarrivabili modelli.
Alla mia battuta, il fortunato possessore, un tipo simpatico, sulla sessantina, sorride. Ci presentiamo. E scopro che si tratta di un penalista di Milano, diretto anche lui in Tribunale. Ha caricato la bici in treno, in quanto, dopo il processo, intende esplorare un po’, e con calma, Rimini e dintorni. Gli chiedo come sia riuscito a possedere quella meraviglia. Mi spiega di averla ereditata dal padre, che, a vent’anni, nei Dilettanti, aveva montato anche  le Umberto  Dei da corsa.
A questo punto, continuando  a pedalare, cominciamo a parlare di quel Grande Artigiano, e, poi, in generale, di tutti i Grandi Meccanici di quegli anni, che le Atala, le Ganna, le Legnano, se le assemblavano, come lui, coi pezzi da loro stessi prodotti: dalle pedivelle al manubrio, dal mozzo ai cerchioni. Già. Perché tutto quello che oggi viene importato in serie, magari dalla Cina o da Taiwan, allora, veniva “fatto  in casa”. Perfino il perno centrale del “movimento” era prodotto in proprio, marcato, anch’esso, col nome del Costruttore.
Erano  biciclette costruite con amore e competenza, in acciaio robusto ed elastico, saldato a mano. Bici che non facevano mai la ruggine, con i telai lavorati centimetro per centimetro, eseguendo prima la ramatura e poi la cromatura.
A proposito c’è nessuno tra voi lettori che scambierebbe una Umberto Dei Imperiale d’epoca, anche non funzionamte, con una bicicletta nuovissima cambio Shimano in perfette condizioni? Per onestà l’avverto che, almeno dal mio punto di vista, non farebbe un buon affare.

 

I MOSCONAI E L’ATOLLO

Seduti sotto i loro ombrelloni, i mosconai hanno lo sguardo perduto nel vuoto. Sulla riva di un mare ancora limpido e azzurro, baciato dal sole di giugno, mosconi, canoe a uno e due posti, e pedalò ultimo modello, giacciono inutilizzati. Nello stesso momento migliaia di giovani dormono, spossati da una notte brava in discoteca, oppure -e qui si sfiora l’assurdo- remano e pedalano, ma nel chiuso delle palestre .
-“Ai ragazzi di una volta piaceva fare così -mi dice una simpatica mosconaia, mimando il gesto del rematore. Ma quelli di oggi vorrebbero questo…” E fa, con la destra, la mossa di chi dà il gas a manetta.
Però a Rimini -a parte pochi “corridoi”- le moto d’acqua sono proibite. E su questo si può anche essere d’accordo. Ma perchè ostacolare la libera diffusione dei mosconi elettrici che non inquinano, non puzzano, e non creano pericoli? Il fatto è che, da noi, come ho già avuto modo di osservare, si tende a vietare tutto  ciò che rende il mare divertente: i famosi “punti di riferimento”, ad esempio, come i trampolini a cento metri dalla seconda secca. Si dice che la loro rimozione nel 1969 o giù di lì, sia stata decisa per evitare che i nuotatori che non riuscivano a raggiungerli rischiassero d’affogare, il che è come sostenere che bisogna  abbattere le montagne per impedire agli scalatori inesperti di cadere nei burroni. Oltretutto attorno ai  trampolini non mi risulta sia mai annegato nessuno e ciò per la semplice ragione che al primo accenno di difficoltà, i tuffatori della piattaforma - dei veri esibizionisti - l’avrebbero tratto in salvo… perfino contro la sua volontà!
Sono finiti anche i tempi bigotti delle coppiette non ufficiali costrette a incontrarsi al largo, dopo che ognuno aveva noleggiato il suo pattino. Una vera pacchia per i mosconai che così ne affittavano due, con l’unico inconveniente, dopo, di dover recuperare quello trascinato via  dalle correnti.
Poi è arrivata la mucillagine, fenomeno noto anche agli antichi Romani, da non confondere con le alghe grosse portate a riva dalle onde né con quelle, microscopiche color cacca o color sangue, che prolificano invece sottocosta nella nutriente acqua dei depuratori quando il caldo è tropicale e il mare ristagna, né con la merda vera e propria che si riversa dalle cloache dopo i temporali quando le vasche di prima pioggia vanno in tilt. Tutti questi fenomeni potevano tutto sommato rivelarsi vantaggiosi per i mosconai, visto che, a duecento metri dalla riva, l’Adriatico torna quasi sempre azzurro e pulito. Purtroppo, nel frattempo troppi turisti si sono disaffezionati al nostro mare e, per quanto riguarda i bagni, si accontentano ormai di quelli di sole.
Così, oggi, a chiedere un moscone, a remi o a pedali, sono rimasti in pochi, per lo più stranieri o anziani. La scorsa settimana sono sceso in acqua anch’io, su uno di quelli d’una volta, coi due seggiolini, e, mentre mi facevo una bella remata, ripensavo proprio ai trampolini degli anni cinquanta-sessanta, alla gioventù piena di forza e di allegria che si dava appuntamento lassù. lontano dagli adulti bacchettoni e alle risate, ai tuffi di testa e di chiappa, agli spruzzi, agli scherzi, ai baci salati, a una gioia di vivere che sembra ormai scomparsa …Ho anche pensato che le generazioni cambiano, che non si può continuare a rimpiangere il passato, che occorrono nuove idee… Poi ho avuto una visione fulminante, un lampo che forse veniva dal futuro. Sì! I giovani erano finalmente tornati e arrivavano da tutte le parti, a frotte, sui loro mosconi elettrici, superandomi a destra e a sinistra, scherzando felici, scambiandosi battute con i loro videocellulari impermeabilizzati, diretti verso un atollo artificiale che si stagliava all’orizzonte con le sue cupole multicolori, i piloni slanciati e trasparenti, i giuochi d’acqua, gli scivoli, gli acquari tropicali, i trampolini in vetroresina… Ma si è trattato di un attimo. E mi sono ritrovato solo, sul mio moscone obsoleto, in mezzo al mare deserto.
2004

 

PARLA GIANCIOTTO. LA VERIDICA ISTORIA DI PAOLO E FRANCESCA

Si era appena conclusa, al Museo della Città, la straordinaria giornata di studi dedicati a Francesca da Rimini, con la partecipazione di storici da tutto il mondo ed io mi ero appena steso sul letto di casa mia, (dopo aver assistito, nel Lapidarium, alla proiezione dell’opera di Zandonai tra i botti dei fuochi d’artificio sparati lungo tutta la Riviera per la Notte Rosa) quand’ecco apparirmi, circonfuso di una luce spettrale, nientedimeno che Gianciotto Malatesta.
- Profittai dello special permesso concessomi Lassù dove si puote ciò che si vuole (e più non dimandare) per venire da te, scrivano di Malatestiane Cronache onde narrarti ciò  che più mi preme…”
Accidenti! Il solito equivoco. Le mie microstorie riminesi scambiate per resoconti quattrocenteschi a causa del  titolo della rubrica.. Ma farò bene ad assecondare il personaggio… Non si sa mai…
- Ser Gianciotto, al Suo Servizio!”
Lo Sciancato comincia ad arrancare per la  camera, avanti e indietro, nervosissimo.
- Quella giornata di studi su Francesca è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non mi si potea negar la licenza… Dopo sei secoli… Ascolta, novelliere, apri le orecchie ché, innanzi tutto, io non fui sì incazzoso e sanguinario come mi pinsero. E poiché a cor gentil repara sempre amore, mi prese sì forte il disìo di colei che invece schifiltosetta mi spregiava per via del piede sifolino, da accettar l’inganno proposto dal belloccio frate mio. Lui l’avrebbe impalmata per mio conto, tacendo però della procura, complice il notaro – “Una volta colto il fiore- ghignava Paolo- il più è fatto. Sei guerriero, sei eroe… Zoppo sì ma… Conosci tu le femmine!
- Ma frate - io dicea, flebile - il punto è proprio quello! Quale il da farsi nella prima notte?
- Niun problem Giancio! - mi rispondea l‘astuto- Io entro in camera con la pulzella, la corico nel talamo, spengo il candelabro e fo le mosse di irmene in bagno per il lavacro. Invece prendo la porta, ratto, lasciandoti il passo… e il gioco è fatto!
Invero tutto si svolse secondo i piani del frate mio ribaldo. E’ ben vero che quando Francesca al mattino mi vide accanto a lei coricato, ci rimase male… Ma non troppo!
- Come sarebbe a dire mio Signore?
- Vedi, o cronachista, la giovinetta non era più pulzella, avendo ceduto la gardenia a un paggetto di Corte, com’ebbe a confidarmi tra le lacrime quella notte istessa credendomi Paolo. Ma questo si rivelò un bene giacchè mi fornì il destro di giostrare a mio modo sino alle luci dell’alba, facendole prender contezza di quanto differisca l’aquila da un fringuellino. Ed ella…mi amò! Sì, ella si prese di me piacer sì forte che in Paradiso ancor non l’abbandona!
-In Paradiso?
- Che ti credea, scrivano? L’Istoria non è quella narrata dall’Alighiero, che smarrì la diritta via per dar retta alle fole del popolino… Prendi appunti messere, per la tua vita! Che Paolo fusse il vituperio delle genti, pottaniere, simulatore astuto e traditor d’ogni fede, sol io il seppi, che pur lo amavo. Sì, il frate mio malnato, profittando del fatto che me ne ero ito a Gradara a presenziar opre muratorie alla Rocca, s’introdusse di Francesca nelle secrete stanze, col pretesto di chiederle un libro in guiderdone, cercando poi , con birresca arte e sdolcinate moine di soddisfare su di lei  le sue brame. Mal glie ne incolse. Chè la mia donna, sposa e amante fedele, lo respinse, schernendolo qual bellimbusto e frodatore… Cercando quegli infine, da libidine folle pervaso, di usarle violenza, fieramente gli si oppose e levando un pugnaletto che io istesso le avea donato, con quello il petto gli trafisse. Ma la mala bestia, dell’agonia tra gli spasimi, trasse a sua volta la spada e… Ma perché rinnovellare disperato dolor che il cor mi preme? Tornato sui miei passi, chè avea obliato il borsello coi denari, raccolsi dalle sue belle labbra esangui l’ultimo bacio e le ultime parole: “Ciottìno mio, ti amo…” Gridai, mi disperai, piansi! Accorser fanti, armigeri, donzelle e cavalieri…Narrai la veridica istoria ma sentiva attorno a me il pispigliar sommesso dei cortigiani increduli… “Ben la studiò Ser Gianciotto per non aver nomea d‘esser fatto becco dal frate suo… Francesca conquisa da uno sciancato anzi che dal Bel Paolo, e, in più, dopo la subìta beffa? V’è da scompisciarsi dalle risa!  Chi può prestare orecchio a tale fola? Fu lui, truce, a trafiggere entrambi con la spada… Delitto d’onore fu…”
E Dante a forza di scendere e salir per le altrui scale, queste maligne vociferazioni di Corte raccolse e propagò… e dopo di lui il Boccaccio e poi, da quei che vennero a centinaia  nei secoli, poeti, pittori, scultori, teatranti, cinematografari e fumettisti, in ogni lingua, in tutti i continenti, rappresentato fui, torvo, dietro un tendaggio, la mano alla spada, a guatar i due  amanti sollazzosi, ovvero in atto di schidionar entrambi come polli…Ahimè! L’onor mio fatto a brani dall’Alpi alle Piramidi, dagli Appennini alle Ande… Neppur dai miei concittadini fui difeso anzi vieppiù infamato a partir da quel cavalier Ferruccio che in tutto l’orbe ramingo se ne ito, tali falsità catalogando e raccogliendo a maggior mio disdoro, dal Piero di Maldinia gente, che osò la mia Francesca considerar a guisa di fedifraga recidiva, dal pur saggio e nobil Pasino che nulla sollevò a mia difesa… Ma tu, mio scrivano, riferirai la verità… Rammenta che da te venni, fidente, se pur plebeo tu fussi, perocchè dalla nobile Romagna Arte e Storia fui tradito…
Alzo la mano in atto di promessa solenne. Nello medesimo istante s’ode provenir dall’alto una angelica voce.
”Ciottino! Torna a letto, ti prego!”
E lo Sciancato, dopo avermi lanciato un’occhiata significativa, scompare, mentre nel cielo di Rimini esplode l’ultima salva dei fuochi d’artificio della Notte Rosa.

 

PROSTITUZIONE: DAI TEMPLI ALLA GALERA

La sacerdotessa appariva improvvisamente, circonfusa dai vapori d’incenso esalati dai grandi bracieri, accanto alla gigantesca statua della Dea, liberando lentamente dai veli il corpo stupendo. Nella vasta sala del Tempio, pervasa dal chiarore rossastro delle lucerne ad olio appese alle alte colonne, tra la lieve armonia dei flauti, si consumava, su una larga pelle di bue, il Sacro Rito tra la Ierodula e il Pellegrino. Il quale, uscendo, non dimenticava di lasciare il suo obolo nelle mani del Sagrestano, o comunque si chiamasse l’addetto a riscuotere. Così andavano le cose nel mondo antico, quando la prostituzione era “sacra e ospitale”. Vi si dedicavano fanciulle bellissime e raffinate, consacrate dal Grande Sacerdote, che si concedevano soltanto agli stranieri: in Caldea, almeno una volta l’anno, in onore di Venere Mylitta,  con maggior frequenza in Armenia nei luoghi di culto della Dea Anais e  in Fenicia nei templi di Astarte. I “sacrifici” (chiamiamoli così) assicuravano una dote alle sacerdotesse, e il rimborso spese al Tempio. Poi qualcuno cominciò ad accorgersi del business e accanto alla prostituzione sacra -che peraltro sopravvisse a lung- cominciò a svilupparsi quella profana. Oggi, inutile dirlo, la prostituzione non è più sacra. Anziché nei templi si svolge sulle strade, al profumo di incenso si sono sostituiti i gas di scarico, al suono dei flauti i clacson e ai Grandi Sacerdoti Caldei, i boss Albanesi. In quanto all’ospitalità a Rimini, i pellegrini, per lo più targati Pesaro e Forlì - Cesena, dopo essere stati additati al pubblico ludibrio e aver ricevuto contravvenzioni notificate direttamente alla mamma o alla moglie, rischieranno in futuro anche la galera. Ove, naturalmente venga approvato dal Parlamento il disegno di legge Bettamio-Benzi che prevede pene fino a sei mesi per chiunque faccia salire sulla propria autovettura giovani straniere sostanti sul marciapiede nella presunzione che dette giovani straniere siano vittime del racket delle schiave e non, putacaso, libere professioniste, se non, addirittura, turiste in cerca del brivido. Una ipotesi delittuosa geniale in quanto equiparabile a quella… di “incauto acquisto”. In siffatta atmosfera le iscritte al Sindacato (vere “dure” temprate da mille battaglie, che il povero, santo e serafico Don Oreste se lo son mangiato vivo l’altra sera in TV ) si dichiarano disposte a fatturare le loro prestazioni - come in Olanda - e chiedono di poter esercitare sotto la protezione dello Stato. Altre, più impressionabili, temendo un futuro “Decreto Legge Savonarola” per l’abolizione della prostituzione tout court, mettono già le mani avanti sostenendo, di adempiere a un vero e proprio servizio sociale, dal momento che, volere o volare, si occupano pur sempre e per un modesto compenso, dei disabili, degli emarginati e degli anziani soli.  Poco ci manca chiedano di essere consacrate ierodule, con il Tempio di Afrodite Urania da gestire in cooperativa sul Colle di Covignano.

 

UNO NESSUNO E CENTOMILA

Aveva proprio ragione Pirandello col suo celebre “Uno nessuno e centomila.” Tu credi di essere uno ma non è vero. In realtà sei le centomila concezioni, una diversa dall’altra, che centomila altre persone hanno di te. E dunque non sei nessuno. Un mio collega, appassionato di barche mi ha ritenuto per anni, fino a quando non me lo disse, un grande intenditore di nautica. E questo per il semplice fatto che ai tempi eroici di Telerimini ( avendo accettato nella mia incoscienza giovanile di sostituire in diretta il cronista ufficiale di una regata infortunatosi in un incidente stradale) riuscii ad effettuare decentemente quella telecronaca pur non capendo quasi nulla di ciò che si stava svolgendo sotto i miei occhi. Il fatto è che al mio fianco stava il vero esperto, l’amico Vezio Amati, che si era gentilmente prestato a sussurrarmi, quando la telecamera non era puntata su di noi, quello che dovevo dire, termini nautici inclusi.
Una cancelliera del Tribunale mi considera tuttora un mago del bricolage ( e lo ha fatto sapere a mezzo mondo) sol perché vent’anni fa riuscii a sistemare la porta del suo ufficio che strisciava, inserendo  in uno dei cardini, dopo averla sollevata, il filo di ferro di una molletta fermacarte prelevata dalla sua scrivania. Manovra peraltro semplicissima e che per puro caso mi riuscì senza intoppi avendola appresa qualche giorno prima dalla rubrica di un settimanale. Io esperto del fai da te? Roba da morir dal ridere. Le più semplici operazioni manuali mi mettono in difficoltà. Pur essendo ormai un vecchio cicloamatore, vado tuttora in crisi quando si tratta di rimontare la ruota posteriore sulla catena dopo una foratura. A casa mia per i lavoretti più elementari deve pensarci mia moglie.
Ma si potrebbero fare altri mille esempi. Tutti coloro che mi conoscono sanno che io non sopporto chi bestemmia. Tant’è che non assisto più alle partite di calcio all’aperto su maxischermo perché in tali occasioni (e chissà perché allo stadio questo non succede quasi mai) finisco col ritrovarmi sempre accanto chi spara moccoli a ripetizione e non resisto poi all’impulso di protestare vivacemente contro il maleducato, di solito un individuo in canottiera, tatuato, muscolosissimo e più alto di me di venti centimetri. Purtroppo  può capitare anche al sottoscritto (una volta ogni morte di papa) di “tirar giù tutti i bambini”. Orbene, per una sorta di maledizione celeste, potete scommettere che quando ciò si verifica, è inesorabilmente  presente una persona a me totalmente estranea, che uscirà poi per sempre dalla mia vita. E che per tutta l’arco della sua esistenza (rendetevi conto di quanto ciò sia terribile!) penserà a me come a un inveterato bestemmiatore.
Uno,nessuno e centomila.
Più nessuno che uno.









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Data creazione pagina: 2011-02-12 (1630 Letture)

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