Quando lo straniero è un normale volto

La Voce di Romagna, 20 febbraio 2016

di Simone Mariotti

“Nel mondo latino sono i cittadini a definire la città, mentre in quello greco erano le città a definire i cittadini. Per indicare la nozione di ospitalità allora è nato, partendo dalle parole hostis, straniero/nemico e potis, il signore, il termine hospes”. E hospes era sia il padrone di casa che accoglie sia chi era accolto.
E’ un brano tratto dal primo capitolo di un piccolo, agile volumetto, Note sull’ospitalità – Lo straniero è un volto (Pàtron Editore, dicembre 2015), scritto da Gianni Marocci e Pino Rovitto, che difficilmente sarebbe potuto uscire con una tempistica più indovinata o, forse è più giusto dire, opportuna.
Il confronto con l’altro, la riflessione sullo straniero, ospite e/o nemico, la difficile definizione dei confini e di quel che rappresentano sono sfide che partono dalla notte dei tempi e che si fondano sul principio di reciprocità che sta alla base dell’ospitalità. Un principio che nell’antica Grecia era identificato con il patto di xenìa, da xènos, straniero ma anche ospite, appunto, in cui il padrone di casa, tra gli altri riti di un cerimoniale non scritto, ma rigoroso, doveva prima accogliere l’ospite e poi chiederne identità e provenienza. Un patto che Polifemo infranse subendo così la vendetta di Ulisse.
La dinamica dell’ospitalità risulta connessa quindi allo straniero, a quei confini varcati così spesso dall’eroe omerico, perché “se non ci fossero i confini”, scrivono gli autori “non ci sarebbero stranieri, ospiti, ma se non ci fossero ospiti non ci sarebbero confini. Per capire l’ospitalità bisognerebbe forse guardarla con gli occhi dello straniero e non solo con quelli dello stanziale. Bisognerebbe pensare l’identità sganciata dal luogo fisico. Così, in un mondo senza ospiti, senza stranieri, senza estranei, senza barbari, sarebbe difficile definire noi stessi”.
Il pensiero ospitale è accogliere idee e sentimenti diversi prima di giudicarli e il testo è un susseguirsi di riflessioni e di spunti che necessiterebbero ciascuno un approfondimento specifico. L’unico appunto che si può fare al libro è proprio questo, di aver lasciato il desiderio di scavare più a fondo davanti alle tante declinazioni dell’ospitalità. Ma è una critica positiva perché le loro sono, come ben spiega il titolo stesso, delle Note, snelle, accattivanti, intervallate da interludi poetici e “musicali” che ci traghettano da un capitolo all’altro, e che non ti lasciano alibi per non fermati a cercare davvero un volto nello straniero, che oggi, più o meno tutti, temiamo di guardare in faccia, almeno un po’. Una ricerca che in Romagna, e a Rimini in particolare, dove l’ospitalità è da quasi due secoli l’elemento cardine che ha plasmato la vita economica e sociale della comunità, dovrebbe essere portata avanti con ancor maggiore attenzione.


Note sull'ospitalità - Pino Rovitto Gianni Marocci





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