Dimmi come ti chiami e ti dirò perché. Intervista a Enzo Caffarelli

La Voce di Romagna, 1 febbraio 2016

di Simone Mariotti

Se cinquant’anni fa chi cercava un bel libro sui nomi di battesimo doveva rifarsi al lavoro di due giallisti come Fruttero&Lucentini, autori un vero classico intramontabile, oggi il nume tutelare dell’onomastica italiana si chiama Enzo Caffarelli, già docente di Onomastica e coordinatore del Laboratorio internazionale di Onomastica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, fondatore e direttore della Rivista Italiana di Onomastica nonché autore di diversi saggi, dizionari e volumi tra cui Dimmi come ti chiami e ti dirò perché (Laterza, 2013). A giorni usciranno gli ultimi suoi due lavori: Onomastica mariana. Dizionario dei nomi ispirati alla Madonna e L’onomastica nel pallone. Quello che non sapete sui nomi e i cognomi dei calciatori. Lo abbiamo incontrato per fare due chiacchiere sul curioso mondo dei nomi, una disciplina importante, all’estero studiata e interpretata, ma che in Italia ancora non trova uno spazio adeguato…
E’ così professore?
I nomi propri fanno parte della nostra vita: nomi di battesimo, cognomi, soprannomi, i luoghi dove viviamo o viaggiamo, le insegne stradali e quelle commerciali. Goethe diceva che il nome è una specie di seconda pelle che ci si attacca. I nomi raccontano la grande storia con la S maiuscola e la piccola storia quotidiana di tutti noi. Il loro uso, e il loro studio, si collega alla geografia, alla letteratura, all’antropologia, all’economia, alla giurisprudenza. L’onomastica è dunque una scienza interdisciplinare, un incrocio di saperi. In Italia, al contrario di molti altri Paesi, è considerata poco. Mi è capitato di proporre un progetto sui toponimi di Roma all’assessore competente. Dopo mesi ho scoperto che era al vaglio della Zecca: avevano confuso onomastica con numismatica. Ho insegnato per qualche anno Onomastica all’Università: eravamo in due in tutta Italia, mentre i dati Istat, utilissimi, sono secretati per un malinteso senso della privacy.
Quanti sono i nomi e i cognomi presenti in Italia?
Valutazioni precise sono impossibili, per carenza di dati ufficiali e per questioni metodologiche (Lo Russo e Lorusso sono lo stesso cognome?). Possiamo parlare comunque di 3-400 mila cognomi italiani, cui aggiungere un numero ancora imprecisato dovuto alle immigrazioni degli ultimi decenni. E di almeno 20 mila nomi.
Nel 2014 in Italia i primi 30 nomi maschili e femminili coprivano il 42% dei nuovi nati, negli USA il 17%. Abbiamo meno varietà onomastica? Al nido di mio figlio su 12 bimbe ci sono 3 Sofia…
Gli Stati Uniti fanno storia a sé, con tutte le minoranze linguistiche, etniche e culturali che ospitano e con la liberalizzazione onomastica, per cui un bambino si può chiamare come un marchio commerciale o con una parola inventata. Il nostro repertorio odierno non è più povero di quello di secoli fa o del Medioevo. È che ogni epoca ha i suoi nomi. Trent’anni fa Tommaso, Filippo, Jacopo, o Emma, Matilde, Rachele erano considerati nomi tipici di persone anziane e poco usati. Oggi sono tornati di moda.
Quanto pesa la moda nella scelta del nome e che conseguenze ha il seguirla o meno?
Pesa sempre di più. Anche se non è percepita come tale. Voglio dire: se si chiede a un genitore perché ha scelto quel nome risponderà perché piace, è bello, suona bene… Non dirà mai “perché di moda”. In effetti la moda è quel fenomeno per cui tu consideri piacevole, bello ed eufonico un certo nome e, soprattutto, lo trovi adatto a un bambino. Certamente ne hai conosciuti altri con lo stesso nome. Dare un nome molto comune al nuovo nato può avere vari effetti: per esempio il bambino crescendo potrà sentirsi uno dei tanti, potrà soffrire della banalità del suo nome, specie se nel suo gruppo ci sarà un omonimo più brillante e socialmente più apprezzato. D’altra parte attribuire un nome raro ed eccentrico può provocare una sensazione di diversità e, se il nome viene percepito come antico o buffo, può risultare anche motivo di dileggio. Inoltre se, nella sua rarità, è portato da una persona famosa, l’identificazione diventa automatica. Credo che questo sia anche il motivo per cui Sofia è esploso in Italia (sebbene anche in altri Paesi) solo quando la stella della Loren è tramontata e certo è la ragione per cui il mito della Bardot in Francia provocò il crollo del nome Brigitte e non un suo ulteriore successo.
Perché alcuni nomi hanno dei cicli di vasta diffusione e oblio, come Emma, mentre altri, pur non “strani” galleggiano sempre nelle retrovie?
Le mode attuali, diciamo da fine ’800 a oggi, seguono cicli parabolici. Insorgono lentamente, portano un nome in alto, poi decrescono. Non tutti i nomi possono raggiungere i primi posti delle classifiche, ovvio, e quelli che restano più in basso qualche volta hanno una vita più lunga. Ed esistono anche i sempreverdi. Poi ci sono i nomi esplosi senza tradizione, per cui finita la moda non hanno una “coda” perché non ci sono nonni o zii da ricordare. Trovare oggi una nonna Cinzia, nonna Sabrina o nonna Jessica è un’impresa.
I nomi stranieri sono un arricchimento o un pericolo per la mappa onomastica del paese? Quanti sono?
Non sono molti. In campo femminile direi la sola Nicole, ma per la semplice ragione che il maschile è in -a e i diminutivi come Nicoletta non sono più di moda. In campo maschile c’è la serie dei nomi ebraici in -ele (da Eloi, nome di Dio) accompagnata dai corrispondenti stranieri (ma anche originari) in -el: così Gabriel, Samuel, Manuel, Daniel oltre al più confuso Michel/Michael/Maicol. Quelli arabi, indiani e altri asiatici, meno adattabili, costituiscono un arricchimento molto interessante, ma non vedo pericoli, a meno che i genitori italiani non scelgano in massa nomi esotici per i loro figli.
La tradizione del “rinnovo”, in cui spesso le mamme si rassegnano ai nomi della famiglia del padre, è una forzatura?
No, è una tradizione importante. Però oggi è molto meno viva di un tempo, specie nel Centro-Nord e nelle grandi e medie città. Resiste nel Sud, specie per il maschio primogenito. In Sicilia ad esempio in campo femminile c’è molta sperimentazione, Palermo non è così lontana da Milano, mentre tra i maschi il nome del nonno paterno deve replicarsi, se non è percepito come eccessivamente arcaico.
Però deve piacere a entrambi i genitori, e dovrebbe essere in qualche modo motivato, giusto?
Sì, la scelta non dovrebbe comportare contenziosi familiari e al bambino, o almeno all’adolescente, padri e madri dovrebbero spiegare il perché del nome, qualunque esso sia. Tempo fa lo chiesi all’interno di un questionario a 500 studenti. Alcuni a fine lezione mi chiesero se potevano restituirmelo la settimana seguente. Chiesi perché. Molti di loro, ultraventenni, non avevano mai chiesto ai genitori il motivo del loro nome. Non solo l’Istat e le Università trascurano l’onomastica, evidentemente.


Come si chiamano i Riminesi?
Quanti sono i nomi portati dai riminesi? Ad elencarli tutti ci vorrebbe qualche ora perché, secondo i dati dell’Ufficio Statistica di Rimini, che ha avuto la pazienza di catalogarli tutti, al 31/12/2015 erano quasi 19.000: 8661 i maschi e 10.278 le femmine. La maggior parte sono nomi particolari (tra cui magari qualche errore) o stranieri, portati da una sola persona: 6613 maschili e 7832 femminili, più altri 1500 circa (tra maschi e femmine) con due portatori. I nomi più classici, con almeno 100 presenze, sono circa 160 per le femmine e 110 per i maschi. In valore assoluto Andrea(2056) e Marco(1884) primeggiano tra gli uomini staccando di diverse centinaia Alessandro, Francesco, Luca e Giuseppe. Maria è ancora irraggiungibile tra le donne con 1835 presenze, davanti ad Anna(1140), con Sara, Laura, Giulia e Francesca in lotta per il terzo posto. Tra i nuovi nati del 2015 dominano Mattia e Aurora, entrambi a quota 25, davanti ad Alessandro(21) e Leonardo(18) tra i maschietti, e a Sofia/Sophia(20) e Giulia(17) tra le bambine.
sm



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