Pubblicato il 17 aprile 2013 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Che non ci sono più tante certezze nel mondo finanziario e nella vita dei piccoli risparmiatori dovrebbe essere cosa nota da tempo, anche se continuo a nutrire forti dubbi che nella pratica quotidiana sia così. Cioè, a parole tutti dicono che non ci si può fidare più di nulla, poi però le scelte di investimento proseguono con gli stessi assiomi di sempre.
Oggi si conclude in anticipo, con un notevole successo annunciato, la quarta emissione del BTP Italia. Cosa ottima per il paese sia chiaro. Ma lo si è comprato a mani basse, perché i problemi che ci sono in Italia sono ritenuti passeggeri e, come sempre, “tanto poi non succederà nulla”. Però…
Però il debito pubblico resta ai massimi storici, il motore industriale del paese è sempre più debole, i soldi per la cassa integrazione sono agli sgoccioli, l’immobiliare è a di poco un disastro (come dal sottoscritto ampiamente annunciato in anni non sospetti, mentre tutti dicevano: “tanto non succede”). Ma in questa vale di lacrime gli italiani restano ricchi, più dei tedeschi, pare, perlomeno secondo quanto emerge da una ricerca della BCE. E’ un “nuovo” elemento questo, che dovrebbe far sorgere qualche preoccupazione.
I tedeschi, infatti (e probabilmente lo faranno a breve anche altre popolazioni nordiche più rigorose di noi latini), di fronte a un dato di ricchezza che li vede svantaggiati rispetto a italiani e spagnoli, si sono subito inalberati dicendo più o meno: “Avete accumulato più soldi di noi e vi lamentate? Arrangiatevi”.
Le difese che sono arrivate dall’Italia fanno forza su un fatto: nei conteggi della BCE è il valore degli immobili che pesa, che è una parte importante della ricchezza italiana, mentre in Germania il prezzo dei mattoni è molto più basso. Ma essendo immobilizzata non è in realtà una ricchezza utilizzabile come se fosse in conto corrente; è illiquida, e in molti casi difficilmente vendibile, quindi il dato è falsato. Ma se così è, sorge allora un altro problema.
Se prendiamo per buona questa linea di difesa, ne cade poi un’altra, quella che vede assicurata la sostenibilità del nostro debito proprio grazie ricchezza privata del paese, immobili compresi, che in questo caso fa comodo contare, eccome.
Insomma, fare i “furbetti del debitino” è rischioso, e i tanti sottoscrittori del BTP Italia chissà se si sono accorti che per tutti i tipi di BTP e CCT emessi dal 1 gennaio 2013 sono valide le C.A.C. (Clausole di Azione Collettiva).
Le ha introdotte il decreto del MEF n. 96717 del 7 dicembre 2012 in ottemperanza all’adesione al Meccanismo Europeo di Stabilità. Che sono le CAC? Di fatto sono un modo per non garantire più nulla. Prevedono che le caratteristiche dei titoli emessi (valore nominale, tasso, scadenza, ecc… tutto insomma) possano essere modificate senza troppa burocrazia e con l’accordo di una percentuale di debitori che a seconda dei casi va dal 66 al 75% (in alcuni casi solo il 50%). In pratica basta il consenso degli investitori istituzionali. Ma le modifiche poi si colpiranno tutti.
Non è una cosa negativa come sembra, anzi. Le C.A.C. aiutano a risolvere le crisi nella fase iniziale prima che essa degeneri (caso Grecia), ma lo fanno senza tanti complimenti e impongono un cambio totale di visione di cui molti (tutti?) sottoscrittori privati del debito pubblico di nuova emissione, come il BTP Italia, non si sono accorti: le promesse rappresentate dai titoli di stato dei paesi euro in difficoltà è possibile, probabile (altrimenti non ci sarebbe stata la necessità di queste clausole) e legale che un domani non siano mantenute. E da oggi in poi, ancor più di prima, il concetto di “porto sicuro” andrà definitivamente abbandonato.