Pubblicato il 9 aprile 2013 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Il lavoro come rituale che aiutava a regolare il rapporto dell’uomo con la natura e ad alleviare le sue angosce si è indebolito. Ma cos’è diventato il lavoro oggi? Come sta cambiando, dove è nato? Forse è scomparso, dematerializzato, è diventato invisibile, o si è trasformato in risultato (con la dilagante ossessione della performance), in gioco fine a se stesso.
Pino Rovitto, che vive e lavora a Rimini, da anni si dedica a una ricerca che, come lui stesso suggerisce, passa anche per Sant’Agostino, ricordandoci che il lavoro è un qualcosa di indefinito come il tempo lo era per il grande padre della Chiesa: se non me lo chiedono so cos’è, ma se me lo chiedono non so spiegarlo.
Rovitto in realtà, nel suo ultimo saggio già dal titolo stesso ci offre una importante guida e una strada da seguire: “Senza gli altri non sei nessuno” (Metauro Edizioni, 2013). Ma da dove si deve partire per riscrivere il futuro del lavoro e immaginare il lavoro del futuro?
Per arrivare a rispondere a questa domanda, il breve saggio di Rovitto ci accompagna agilmente lungo un percorso che secondo lui sul piano filosofico deve portare a recuperare l’approccio dialogico/socratico, e abbandonare quello sofistico. Bisogna imparare cioè a rinunciare all’apparire e preoccuparsi un po’ di più della verità e del rispetto degli altri.
Dal rapido e piacevolissimo excursus sulla storia del lavoro e della sua evoluzione, verso i paradossi della modernità; dal pericoloso passaggio dall’etica del lavoro all’estetica fino a quegli aspetti fondamentali che sono motivazione, merito e talento, mettendo in relazione natura umana, cambiamenti tecnologici e culture organizzative.
Un percorso che per Pino Rovitto deve anche passare dalla separazione tra diritto di cittadinanza e lavoro, con un’attenzione particolare dedicata alle nuove tecnologie che stanno ridisegnando comportamenti sociali e atteggiamenti culturali della vita lavorativa individuale e delle organizzazioni.
