Pubblicato il 28 dicembre 2011 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Con i suoi tantissimi gatti se ne starà lassù a osservare tutto quello che aveva previsto (vedi Le meraviglie del duemila), a scrivere ancora, a ridere della vita di oggi sempre più banale. In una bellissima biografia di Emilio Salgari, Silvino Gonzato così descrisse la galoppante fantasia dell’allora ventenne scrittore veronese (al tempo della prima versione de Le Tigri di Mompracem), avventuriero mancato che non lasciò quasi mai l’Italia, ma la cui mente riusciva a portarlo in capo al mondo:
“Si sedeva sotto il disco argentato della pendola che oscillava in un mobile di ciliegio, e raccontava e raccontava. Molto spesso erano bugie esotiche: «Torno ora da Calcutta, ripartirò tra pochi giorni per l’Africa». La zia ascoltava sferruzzando, poi lo guardava al di sopra degli occhiali inarcando le sopracciglia: «Non dire sciocchezze, Emilio, tu non sei stato in nessuno di questi posti. Ti ga visto solo Verona, Venezia, e un toco dell’Adriatico». Altre volte il “capitano” annusava il grande tappeto persiano del salotto; diceva di sentirvi essenze inebrianti e misteriose, un confuso alito di olio di palma, viole arboree, sandalo, papaia e alghe marine. La sua fantasia si frenava soltanto davanti allo sventolio di un’immane cotoletta che la zia si prestava a fargli scivolare nel piatto. Ma bastava che i suoi occhi si posassero sulla collezione di maschere veneziane del Settecento, perché il suo cervello riprendesse a volare e le maschere diventassero mostri guardiani di un tempio cinese. «No dirme che ti ga visto anca quei», commentava la zia mescolando l’insalata. Emilio non rispondeva, si limitava a sorridere, avvolgendo in uno sguardo tenero e mariuolo le cugine sedute a tavola con lui. Dopo un paio di marsala, era capace di sentire il puzzo selvatico di una tigre proveniente dalla stanza accanto”.
E lungo i vicoli di Verona si continuava a sussurrare: «I Salgari muoiono matti». Ma non era vero. Solo che la fantasia non lasciò alla ragione spazio sufficiente per riuscire a dare ordine ai suoi incredibili prodotti. E scriveva, scriveva, senza fiato, senza pace, senza alcun aiuto dalla solita critica “colta” che sempre aveva snobbato quel suo vulcano di creatività (e lo avrebbe fatto anche in futuro), che invece non aveva nulla, ma proprio nulla da invidiare a quella di Jules Verne, così come i macchiaioli non erano da meno degli impressionisti, ma il dominio culturale della Parigi di quel tempo lasciò il segno, e i francesi sono sempre stati mercanti più organizzati degli italiani.
Una volta, sconsolato, dopo già un primo tentativo di suicidio, quasi alla fine della sua vita, scrisse a un amico:
“La professione di scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io sono invece inchiodato al mio tavolo di lavoro per molte ore al giorno e per alcune ore della notte, e quando riposo sono in biblioteca per ricerche e per documentarmi. Mi fanno ridere certi autori che hanno tutto il tempo possibile per scrivere, trascrivere, rivedere e correggere i loro lavori e poi, ben copiati e lindi, portarli all’editore... che magari non li accetta. Io devo invece scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle e subito spedire alla casa editrice senz’aver avuto, purtroppo, né il tempo né la soddisfazione di rileggere e correggere”.
Per tutta la vita aveva divorato mappe e cartine, intervistando i protagonisti di avventure simili a quelle che lui immaginava, ascoltando avido i racconti dei viaggiatori e dei marinai che facevano tappa tra Verona, Genova, Venezia, Milano e Torino. Il suo studio era una biblioteca geografica unica, pieno di manoscritti, cimeli, tesori, tutti immaginari come il titolo di “Capitano di gran cabotaggio” che si ara attribuito. E quando si trattò di dare un nome al suo personaggio più celebre, scovò su qualche mappa esotica un piccolo villaggio di pescatori sulla costa del Borneo malese, Sandakan (che ancora c’è), un nome affascinante, che il suo istinto per l’avventura non si fece sfuggire, e che la fantasia trasformò un po’, regalando a generazioni di lettori l’eroico nome della Tigre della Malesia.
Sono passati 100 anni da quando Emilio decise che il mondo, quello reale, lo aveva succhiato sin troppo, spremuto, usato, “vinto”, come lasciò scritto ai figli, mentre i suoi editori li salutò “spezzando la penna”, ultimo ruggito di un cuore ormai straziato. Il Capitano se ne andò il 25 aprile 2011, arreso al mondo e morto d’amore per la sua Aida, rinchiusa in manicomio giorni prima. Il suo sogno che svaniva, che non si perdonava d’aver lasciato andare.
Finì così, un secolo fa, e il 2011 è stato anche il suo anniversario. Forse non se lo sono ricordato in tanti quanti meritasse, ma in molti sì, e le iniziative non sono mancate. Se lo sono ricordato soprattutto i ragazzi di quel vero vulcano salgariano sempre in eruzione che è il sito www.emiliosalgari.it, portato avanti da anni dalla “Perla di Labuan” nostrana Corinne D’Angelo e da tutti i ragazzi che collaborano con lei. Ci tenevo a salutare Salgari alla fine di questo 2011 così “avventuroso” per quel che tratto solitamente (la finanza), rendendo omaggio ai suoi più fedeli tigrotti, che stanno nuovamente esaltando con un lavoro encomiabile di recupero, di studio e di divulgazione tutta l’opera salgariana, soprattutto grazie al bel progetto “Per Terra e Per Mare”.
Arrivederci Capitano, qua sei in buone mani, e ogni volta che vedremo un prao all’orizzonte, non temere: isseremo subito la bandiera della Tigre.
