Pubblicato il 20 aprile 2011 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Giorni fa ricordavo a un mio cliente le opinioni dei politici ed degli esperti che si leggevano sui giornali un anno prima del fallimento dell’Argentina di cui quest’anno cade il decennale, poiché anche se tecnicamente il primo default avvenne nel gennaio 2002, la crisi, con il relativo crollo dei prezzi dei titoli, esplose alcuni mesi prima. Quelle opinioni, ovviamente, erano positive e rassicuranti, come se il peso eccessivo del debito fosse affare del passato, un fardello con il quale era oramai facile destreggiarsi.
L’Argentina in realtà era già fallita diverse volte in passato, sei per l’esattezza, e le ultime non nella notte dei tempi, ma tra gli anni ottanta e novanta. Cioè, tra il suo penultimo default e quello noto a tutti del 2001 era passato, nel 2001, circa lo stesso tempo che è trascorso tra il fallimento del 2001 e oggi. Eppure nessuno, tra il grande pubblico, pare ricordarsi delle crisi del passato, non solo dell’Argentina, ma di tanti altri paesi iper indebitati e finiti poi a ristrutturare il debito, cioè a non pagare una parte di capitale e/o interessi alle scadenze previste, con conseguente allungamento delle scadenze e/o riduzione degli interessi. Ma perché quasi nessuno tra gli investitori aveva memoria di queste crisi di un passato recentissimo? Semplice: perché la quantità di obbligazioni in mano al grande pubblico retail era limitatissima, mentre i creditori principali erano investitori istituzionali, banche straniere soprattutto. Ma sempre di fallimento si era trattato, solo che era passato inosservato ai più.
Uno stato dell’Europa occidentale ha mai fatto la fine dell’Argentina? Molti diranno di no, il che è vero se ci limitiamo al periodo che va del dopoguerra a oggi e sempre con riferimento ai bond presenti nei nostri dossier titoli. Ma che segnali arrivano dal mercato? Ed è proprio vero che nessuno è mai fallito? Nessuno forse è mai stato lasciato fallire, ma in mancanza di aiuti, Grecia e Portogallo non avrebbero potuto ripagare il debito. E a meno che un’esplosione inflattiva pesante torni a diffondersi in Europa (e la BCE ha nel controllo dei prezzi il suo obiettivo primario), i due paesi, seguiti da altri in mancanza di riforme drastiche, sono destinati a dei default certi.
Ho ricordato il caso Argentina e le notizie dell’anno precedente perché giorni fa Roberto Perotti, economista liberale della Bocconi, ha scritto un articolo molto importante che tutti dovrebbero leggere sul Sole 24 Ore (9 aprile) in cui esordiva dicendo: “Il sistema bancario ha resistito alla crisi piuttosto bene: una esposizione limitata agli asset tossici, l’assenza di una bolla immobiliare e supervisione e regolamentazione efficaci”.
Quelle parole non erano di Perotti, ma erano ciò che il Fondo Monetario Internazionale riteneva fosse la situazione del Portogallo appena un anno fa. Il paese è sull’orlo del collasso e la Grecia stessa, pur salvata un anno fa, non potrà evitare un default prossimo, si parla del 2013. Ma dato l’immobilismo sostanziale europeo (soprattutto dell’Europa periferica, Italia compresa) in fatto di controllo del debito, la stessa sorte rischia di toccare ad altri, date le tante similitudini, per esempio, del Portogallo e dell’Italia, e nella crisi portoghese, continua Perotti, “alla fine è rimasto coinvolto un sistema bancario fin a poco tempo fa considerato sano”.
Eppure, a raccontare queste cose si passa per menagrami, e la noia colpisce pesantemente i risparmiatori/investitori a cui fai notare come necessario il porre l’attenzione al rischio ipotizzandolo anche là dove quasi tutti sono “certi” non ci sia (stati e banche europee). Nel frattempo l’americana Standard&Poor’s ha iniziato un processo che certificherà presto quello che il mercato già crede, e cioè la non sicurezza al 100% del debito americano.
Le cose che “tanto non succederanno” affollano più vive che mai le vite e i pensieri di molti investitori, che imperterriti continuano a cercare dritte per aggirare la noia di un giusto rapporto rischio/rendimento e che spingono verso scelte pessime e di troppo breve periodo. E non c’è bisogno di andare ai Parioli per prendere una patacca finanziaria con i fiocchi. Ma sento già una voce: “tanto, a noi non succederà”.