Pubblicato il 30 marzo 2011 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
C’è qualcosa di importante che riguarda la finanza e gli investimenti che nei prossimi anni coinvolgerà molte persone, siano esse degli investitori o meno, perché le considerazioni che vi propongo riguardano una possibile svolta che molti vedono già in atto. Parto da un caso personale.
Un mio cliente, giorni fa, osservando un po’ sconsolato l’ennesimo l’incedere degli eventi negativi (terremoto, tsunami, incubo nucleare, guerra, la frenata dei paesi emergenti) si chiedeva se fosse arrivato il momento di lasciar perdere con un mercato azionario perennemente in saliscendi attorno agli stessi valori, ma con oscillazioni che illudono e disilludono senza sosta da tanti anni. L’ultima correzione, in realtà, è stata quasi del tutto assorbita, ma non è questo il punto. Il punto da cui dobbiamo partire è che circa trenta anni fa, da quando il presidente della allora banca centrale americana Paul Volcker iniziò la strenua lotta contro l’inflazione, prima nel mondo industrializzato e più recentemente nei paesi emergenti, c’è stata una discesa, molto incistante, ma progressiva dei tassi di interesse sino al livello generale vicino allo zero in cui si trovano oggi contemporaneamente i tassi di riferimento delle banche centrali delle tre grandi aree industrializzare globali: eurozona, Stati Uniti e Giappone. Ma anche se osserviamo il processo più dall’“alto”, il trend di lunghissimo periodo dei tassi di interesse segue da secoli una parabola discendente
Tornando agli ultimi decenni, una conseguenza di questo calo è l’aver progressivamente sostenuto il valore delle obbligazioni (quelle statali), dato che la gran parte del debito a lungo termine è emesso a tasso fisso, e un titolo a tasso fisso al calare dei tassi di mercato aumenta di valore. Alcuni commentatori parlano di “bolla obbligazionaria”, anche se credo che la terminologia non sia del tutto appropriata, più che altro per il fatto che, a differenza di una bolla tradizionale, che sino a che non scoppia resta “nascosta”, nel caso dei tassi e delle obbligazioni il quadro della situazione è molto più alla luce del sole.
Dal lato azionario, a tutto ciò va aggiunta una serie di sclerotizzazioni e di shock che si sono venuti a creare sui mercato dal 1997, in Asia, e dal 2000 altrove, che hanno regalato al mondo degli investitori azionari un quindicennio piuttosto magro rispetto a chi semplicemente parcheggiò il suo denaro in titoli di Stato a lunga scadenza.
Ma i decenni che abbiamo di fronte a noi cosa riserveranno? Una cosa sembra abbastanza certa: i tassi più di tanto oramai non possono scendere ed è molto più probabile (viste anche le massicce iniezioni di liquidità effettuate e/o ancora da effettuare da parte delle banche centrali), che inizino nuovamente a risalire, seppure in modo non omogeneo, ma pur sempre a risalire, anche per contenere il grande nemico dei mercati sviluppati, l’inflazione, pure lei stimolata dalla liquidità è dalla tentazione che i governi avranno di usarla per ridurre un indebitamento sempre più ingente, altra minaccia che incombe sul mercato obbligazionario statale. A dire il vero i titoli di stato europei dall’autunno scorso a oggi sono già calati parecchio, ma forse siamo comunque alla svolta di un ciclo.
Quel mio cliente ancora non si rassegna a gettare la spugna dopo dieci anni di sofferenze. Non so se resisterà abbastanza per verificare se l’ago della bilancia del prossimo decennio si sarà spostato a favore delle azioni o di altri asset (per es. bond indicizzati all’inflazione, materie prime, mercati di frontiera). Di certezze non ve ne sono (e la vittoria in futuro potrebbe consistere nel non perdere valore, più che nel guadagnarne), se non che la storia si ripete, anche se in modo incostante. E per quanto riuscita può essere una festa che dura da 30 anni (quella delle obbligazioni statali dei paesi sviluppati) qualcuno si renderà conto che l’ora è tarda, a ballare in pista sono rimasti in pochi e le luci si stanno abbassando.