La verbosità di Niky tra demagogia e tormenti

Pubblicato il 2 marzo 2011 su La Voce di Romagna

di Simone Mariotti

Grazie a Radio Radicale, ho potuto riascoltare il discorso tenuto da Niki Vendola domenica a Roma.
Anche se in realtà ancora poco originale, Vendola è stato capace, ultimamente, di porsi in modo astuto come innovatore della sinistra italiana, e potrebbe anche riuscire nell’intento. Ci sono però alcuni scogli sul cammino, il cui superamento darebbe slancio a un cambiamento importante a sinistra, un cambiamento che per ora si perde nelle costruzioni verbali e retoriche del governatore pugliese.
Una questione chiave, per completare il processo di evoluzione che accantoni vecchi schemi che sempre meno si adattano alla nuova politica globale, è il superamento dell’antiamericanismo cronico. Ma non in difesa delle posizioni e delle scelte, tante volte indifendibili, degli Stati Uniti, quanto in difesa di un sistema retto da una solidissima democrazia che sempre si è mosso per riempire i buchi neri lasciati dagli altri, o a riparare, in modo goffo e spesso non ottimale, i danni storici degli europei. E lasciar fare il lavoro sporco agli americani è sempre stato molto comodo alle elite del vecchio continente, il cui snobismo ancora fatica a tramontare.
Apprezzo Vendola per aver, finalmente, inserito anche Cuba nella lista dei paesi in cui mancano democrazia e libertà. E lo ha fatto, seppur dopo una pausa politicamente tecnica di omaggi guevariani, inserendo il regime di Castro in una lista che comprendeva i paesi arabi in rivolta, l’Iran, la Cina e la Corea del Nord. Parole che devono essergli costate molto, a cui ha dovuto aggiungere un “se non ora quando” del tutto fuori luogo, come a giustificarsi, come a dire che è questo il momento giusto, come se 5, 10 o 30 anni fa la situazione cubana fosse più accettabile. Però, meglio tardi che mai.
E nell’arrovellarsi di Vendola nel suo tentativo di smarcarsi dal passato non è mancato un inno all’America Latina in cui la democrazia sta rinascendo attraverso una “romantica liberazione” dall’influenza americana, come se nelle nuove potenze emergenti, il Brasile su tutti, stesse prevalendo un qualcosa di diverso da un sistema economico di ispirazione occidentale, capitalista e liberista, con la Cina, da molti punti di vista ultraliberista, che si sta sostituendo agli Usa.
Ma l’antiamericanismo cronico di Niki lo fa aggrappare sugli specchi anche nella valutazione delle rivolte arabe, a suo avviso ispirate dalle recenti rivolte greche “per il pane”. Ma sono la libertà e la democrazia il pane vero che mancava e, come ha ricordato Emma Bonino domenica sera nella trasmissione di Fabio Fazio, c’è qualcosa di nuovo nei massicci movimenti delle piazze arabe, finalmente spontanei e non pilotati dai regimi, che Vendola non vuol vedere. Ed è un qualcosa che a una certa parte della sinistra ancora non va proprio giù: non c’erano bandiere americane né bandiere israeliane bruciate in quelle piazze, e la rivolta di quei popoli è potuta nascere dopo anni grazie proprio all’odiata globalizzazione dell’economia e dell’informazione, perché entrambe non potrebbero esistere l’una senza l’altra.
Vendola affabula con il suo tono da salvatore necessario e immanente della politica italiana, e usa la sua retorica intrisa di demagogia contorcendosi per ingarbugliare il quadro del mondo di modo che le contraddizioni non emergano, e arriva persino a citare a esempio le parole di Draghi sul disagio sociale, quando poco prima aveva sferrato il solito attacco (giusto, ma vuoto di proposte) alle grandi istituzioni bancarie (in perfetto stile Tremonti, si potrebbe aggiungere). Ma citare anche quali sarebbero le proposte del banchiere centrale Draghi per superare quei problemi, a partire dalle riforme su lavoro e previdenza, sarebbe stato sconveniente.
Diversi obiettivi di Vendola sono ben scelti, e si potrebbe lavorarci seriamente su, dal superamento del Pil come indice di sviluppo, alla redistribuzione del reddito, problema che nelle società più ricche dovrà seriamente essere preso in considerazione, per la tranquillità del loro futuro.
Purtroppo non dice nulla sul come, troppo legato a un anti occidentalismo e antiliberalismo che ideologicamente lui vede ancora solo con il cuore, e solo di destra, mentre oggi sempre più urgente è la ricoperta da parte della sinistra di quel filone di pensiero che da Salvemini e dal Carlo Rosselli di Socialismo liberale arriva sino ai Giavazzi e Alesina di Il liberismo è di sinistra, o ad Amartya Sen, e occorrerebbe uno sforzo in più per andare oltre, per capire che il conservatorismo statalista e antiliberale è stato drammaticamente un patrimonio della destra italiana, specialmente nell’era Berlusconi, da cui chi vuole riformare la sinistra dovrebbe fuggire a gambe levate.
Se Vendola oltre al superamento del mito cubano si liberasse di qualche altro scheletro ideologico, potrebbe portare un contributo molto più costruttivo dei soli arzigogoli verbali che, se non cambiano, finiranno per farlo soccombere sotto il peso della demagogia che oggi li caratterizza.







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