Pubblicato il 3 febbraio 2011 su Le Ragioni dell’Occidente (supplemento mensile de La Voce di Romagna)
di Simone Mariotti
“,Se questa è vita”, ci ricorda Farrell questo mese presentandoci le riflessioni del musicista Gianni Tirelli pubblicate su La Stampa a fine anno. “Otto ore al giorno chiusi dentro un ufficio o in fabbrica”. “È questa la qualità del vivere vagheggiata dalla «rivoluzione industriale»? Meglio la società contadina”, dice Tirelli. Per il quale, tra l’altro: Gli individui ben differenziati delle società contadine, proprio in virtù della loro autonomia, disponevano di quel tempo libero (indispensabile e necessario), che dava un senso alla loro esistenza ed era motivo di socializzazione, tradizione, fantasia, pura introspezione e svago. La variabilità del tempo li costringeva per lunghi periodi ad abbandonare la fatica dei campi, potendo così concedersi lunghe pause di rigenerante riposo, e in occupazioni manuali/artigianali, fonte di creatività, ispirazione e consapevolezza.
E come no!
Temo che il nostro compositore calabro veda solo una parte minoritaria della storia. Innanzitutto basta con questa menata della civiltà contadina migliore nel bene e nel male, e sempre rimpianta dai nostalgici del tempo che fu, o del passato in cui si stava meglio…
Sì, sotto tanti punti di vista si stava meglio, ma tutto va paragonato alle esigenze di allora. Una spia che tanto bene in campagna non si sta, a meno che tu non abbia, e questo valeva anche in passato, un bel gruzzoletto e gente che lavora per te, lo dimostra il fatto, piaccia o no, che in ogni civiltà, anche le più diverse dal punto di vista culturale, c’è sempre stata una poderosa fuga dalle campagne appena ve ne è stata l’occasione. Questo non vuol dire che tanti valori della campagna non siano sani e apprezzabili, ma farne l’apologia contro la rivoluzione industriale è un’idiozia. Anche perché la rivoluzione industriale ha permesso che in campagna qualcuno ci sia rimasto davvero anche nei paesi occidentali.
Il nostro compositore ionico, anche se il cognome non pare calabrese e magari anche lui non rappresenta proprio il campagnolo tipo, prende fischi per fiaschi osservando la frenesia consumista e ossessiva del tempo di oggi rimpiangendo un mondo rurale spesso durissimo. Ci si poteva fermare invece forse un po’ dopo, e cioè al tempo del miracolo economico, se proprio si voleva cercare un periodo in cui ancora i tempi e gli spazi erano umani. Non a caso molti sociologi di oggi hanno identificato la generazione nata negli anni trenta e quaranta come la più felice. Ma anche qui si cadrebbe nel vittimismo nostalgico, perché forse i sociologi degli anni trenta avrebbero scovato la generazione più felice a cavallo di Otto e Novecento, e così via a ritroso. Prendiamo solo il periodo del dopoguerra. Finito il conflitto abbiamo avuto il miracolo economico, poi i favolosi anni sessanta a cui sono succeduti i sempre più di moda anni settanta, così frenetici e creativi nel bene e nel male, si pensi alla politica, alla musica, al cinema. Poi anni spensierati e superficiali, anche se poco interessanti come gli ’80, in cui il nostro paese si è sostanzialmente seduto inerme attorno alla tv (ricordate l’Arbore geniale e canzonatorio di “Indietro tutta”?). Poi un decennio di pace globale, con lo sviluppo della globalizzazione, la new age, il decennio della tecnologizzazione di massa dai pc ai telefonini, e con il nuovo millennio pur tra le tragedie dei giorni nostri, umane e culturali (tra queste ultime, su tutto spicca berlusconismo, fortunatamente agonizzante), si è aperta anche l’era della rete che ha cambiato la nostra vita, in meglio, come non accadeva dai tempi della nascita della televisione.
Però resta il fatto che le generazioni più grandi della mia, che ho 40 anni, sembrano essere state più felici. E forse è così. Ma chi scrive oggi di nostalgia sarebbe disposto a tornare a quello stile di vita, tutto compreso?
Il contesto in cui si svolgeva quel mondo esageratamente rimpianto non era meno malvagio del nostro, al contrario. La violenza pubblica e privata era molto maggiore, maggiori i furti, gli stupri, gli omicidi, le aggressioni, le guerre e le devastazioni. Maggiori i criminali e i dittatori in giro per il mondo, molto peggiori le condizioni di lavoro, minori le tutele, maggiori le ingiustizie. Ma c’è una differenza sostanziale con oggi: l’informazione era molto meno invadente, e ogni Tg non apriva il giornale con la notizia di un omicidio plurimo o una violenza carnale. Ma quegli omicidi e violenze c’erano anche allora, uguali, anzi peggiori. Il mondo di oggi da tantissimi punti di vista è come una gabbia d’oro rispetto al passato, quasi un paradiso se paragonato ai secoli precedenti. Il nostro problema è appunto la gabbia, di comodità, che un po’ spegne.
Cioè ci sono state cose ottime in ogni decennio passato, molto migliori rispetto a oggi, ma ogni periodo ha avuto le sue stelle. Noi abbiamo peccato a perderne alcune, mentre è inevitabile che altre siano tramontate, seppur splendenti.
Ma questo vale anche per le piccole cose, quelle meno importanti. Per fare un esempio. Dicevo dello stile di vita… I miei genitori a me e a mia sorella ci portavano in vacanza in campeggio, in Italia, con tante altre famiglie di amici. Ma in campeggi veri, con le tende e roulotte, il mare, un negozietto e basta, ed erano vacanze splendide, nella natura e a basso costo. Nostalgia? No, perché oggi con lo stesso costo si può a volte prendere un aereo; ma nostalgia dello spirito forse sì, perché loro riuscivano a essere, non dico felici, ma più sereni forse, anche con poco. E’ quello che manca oggi: non il tempo libero della civiltà contadina (ma quale?); non il non essere chiusi per otto ore in fabbrica o in ufficio (perché, un tempo dove stavano?), ma la capacità di non vergognarsi di avere poco e trovare più entusiasmo nelle cose vere, vissute con meno stereotipi televisivi.
Ma non che non si possa; si è solo un po’ persa la capacità di farlo, e se in vacanza non vai almeno in un tre stelle non sembra una vacanza, ed è un atteggiamento trasversale, questo, diffuso sia tra chi ha poco che in chi ha molto.
Cinesi e indiani, che stanno affrontando ora la loro rivoluzione industriale, stanno vivendo a ritmi moltiplicati lo stesso processo che a noi ha richiesto tre generazioni, e forse per loro non ci sarà quella generazione di mezzo che ha vissuto in occidente 40 o 50 anni fa. Se ciò sarà un bene o un male, e cosa e se possono imparare qualcosa dalla nostra esperienza, sarà un interessante argomento di dibattito.