Pubblicato il 19 gennaio 2011 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Anche questa settimana continuo a parlare di fondi, prendendo spunto da un interessante contributo di Marco Liera, storica firma del Sole, uscito domenica scorsa a proposito di EFT, i fondi passivi quotati.
Gli ETF, acronimo che sta per Exchange Traded Fund, sono dei fondi che, nella loro forma pura, sono costituiti da panieri di titoli nello stesso modo in cui lo sono i classici fondi comuni di investimento, ma che, invece che gestire attivamente il loro portafoglio, replicano la composizione di un indice di borsa. L’ETF ha anche un diverso sistema di valorizzazione che, da questo punto di vista, lo rende più simile a un’azione che a un fondo, essendo quotato in tempo reale sul mercato.
Gli ETF sono una variante dei “vecchi” (in realtà a mio avviso, migliori degli ETF) fondi comuni passivi lanciati inizialmente negli anni settanta dalla Vanguard del grande John Bogle, il vero pioniere della gestione passiva. Lo scopo che spinse Bogle a creare prodotti passivi, era quello ci sfruttare la lotta tra gestori che rendeva il mercato, americano, efficiente ma che creava ogni anno vincitori e perdenti che raramente mantenevano le loro posizioni. L’indice di riferimento invece si manteneva costantemente in posizioni sopra la media, e puntare su quello evitando i costi di gestioni si rivelò vincente.
Attenzione, però, a un particolare: era un mondo quello in cui la grandissima parte del mercato era dominata da classiche gestioni attive, un mondo in cui i computer poco decidevano delle scelte operative e l’analisi umana prevaleva in quantità su quella automatica delle macchine.
L’era internet e il grande sviluppo a livello sia di hardware che di software degli anni ’90 ha cambiato la situazione. La vecchia idea di Bogle fu fatta propria dai nuovi EFT che nel giro di pochi anni si sono moltiplicati. Forse troppo.
Da tempo gli ETF sono magnificati per via dei loro bassi costi e della loro efficienza. Ma non è tutto oro quello che luccica. Al di là del fatto che quello che conta nella gestione di un portafoglio è cosa decidi di comprare più che quale strumento usi per farlo (le conseguenze di un investimento azionario fatto tramite ETF e di un obbligazionario fatto tramite fondi o titoli sono ben diverse), l’eccessiva indicizzazione del mercato inizia a sollevare dei quesiti. Liera, domenica scorsa scriveva:
L'industria mondiale degli Etf si presenta al 2011 con gli affari che vanno a gonfie vele. A Piazza Affari, in attesa dei dati definitivi, gli attivi dei "cloni" dovrebbero aver messo a segno una crescita del 40% nel corso dell'anno, avvicinandosi ai 20 miliardi di euro. Negli Stati Uniti il patrimonio degli Etf ha superato a fine anno il trilione di dollari, avanzando del 14% rispetto a fine 2009. Gli Etf sono uno strumento efficiente per prendere posizione sui mercati, ma non mancano le preoccupazioni per la loro espansione impetuosa. Prima di tutto c'è la proliferazione di Etf strutturati, a leva o agganciati a micro-asset class (dai suini magri allo zinco) che sono accessibili a qualsiasi risparmiatore, ma richiedono il sostenimento di altissimi costi informativi (ossia molto tempo da dedicare allo studio dei prodotti e dei mercati) che ben pochi sono disposti ad affrontare. Anche perché gli Etf vengono scelti tipicamente in autonomia, senza la consulenza prestata dall'intermediazione finanziaria tradizionale (banche e promotori finanziari). Qualcuno poi si interroga sugli effetti dell'invasione dei "cloni" sulla stabilità dei mercati. La possibile supremazia della gestione quantitativa (troppo spesso pro ciclica) sulla selezione attiva dei titoli è un fatto senza precedenti, le cui conseguenze sono tutte da scoprire. […]
Il discorso è complesso e i pericoli che si nascondono dietro il boom degli ETF sono diversi. Il dubbio che io sollevo da anni è se l’indicizzazione, nata per i grandi mercati, sia dilagata con troppa foga verso altri lidi. Se proseguirà questo trend, chi farà i prezzi sul mercato: le analisi fondate sui bilanci aziendali o l’arbitrio dei creatori di indici? Anche William Sharpe, premio Nobel, uno dei padri della moderna analisi di portafoglio, e sostenitore dell’indicizzazione, sosteneva che era bene dividere i propri investimenti tra gestioni attive e passive. Lo diceva 10 anni fa, quando il problema ancora non sussisteva, ma forse, ancora una volta, già vedeva lontano.
Sullo scontro ETF/gestioni attive c’è poi da fare un’ulteriore distinzione tra gestori indipendenti e no. Continueremo il discorso la settimana prossima.