Pubblicato il 18 agosto su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Se la settimana scorsa avevo terminato il mio intervento parlando
delle cedole e del fascino, spesso ingannevole, che suscitano nei risparmiatori,
oggi vorrei sfatare quello che per un numero ancora troppo elevato di persone
è un mito, e cioè l'immobilità dei prezzi delle obbligazioni.
Tutti i titoli obbligazionari, infatti, hanno un prezzo di mercato che, al pari
di quel che accade per le azioni, oscilla, a volte con la stessa violenza, e
non solo se si tratta di titoli argentini o della Parmalat.
Tanto per fare un esempio, anche i titoli di Stato italiani giocarono brutti
scherzi agli investitori nel 1994 e nel 1999, e al giugno 2003 seguirono mesi
di forti ribassi dei prezzi, così come al settembre 2005, quando i bond
rimasero sotto quel picco, o invariati, per quasi due anni. La crisi del 2008
ha invece inabissato i valori delle obbligazioni aziendali e dei paesi emergenti,
mentre grossi problemi per i titoli di stato dei paesi periferici dell'area
euro, Grecia e Portogallo su tutti, si sono manifestati nella primavera del
2010, come tutti sappiamo.
I motivi che portano a tutto ciò risiedono nei tre elementi cruciali
che vanno tenuti sotto controllo dall'investitore obbligazionario: il livello
dei tassi di interesse, la domanda di mercato e la liquidità del titolo,
la solidità finanziaria dell'emittente.
L'ultimo elemento riguarda i sistemi di valutazione della solvibilità
di un emittente e cioè il rating, abbastanza noto al grande pubblico,
e tutti sanno che un declassamento, per esempio allo status di "obbligazioni
spazzatura" (cioè sotto il livello BBB- se usiamo la scala di S&P's),
come accaduto alla Grecia mesi fa, provoca effetti poco piacevoli al nostro
investimento in obbligazioni. Ma sul rating non vado oltre.
Spenderò invece due parole sulla sensibilità del prezzo di un
titolo alle variazioni dei tassi di interesse, perché è un elemento
spesso trascurato dal "parco buoi" e che va gestito con un'attenzione
particolare.
La caratteristica di un'obbligazione che ci interessa più di ogni altra
nella creazione di un portafoglio di titoli a elevato rating (limitiamoci per
semplicità a questi) e con una buona liquidità (stiamo parlando
quindi di titoli quotati e con un buon livello di scambi) è la cosiddetta
duration.
La regola generale è che, a parità di altre condizioni, più
un titolo è a lunga scadenza e più bassa è la cedola che
paga, più alta sarà la sua volatilità. Vediamo come ciò
si lega alla duration.
Definirla in due parole non è semplice, anche perché è
un concetto matematicamente non immediato e vi risparmio la formula. Sostanzialmente
indica quanto tempo occorre per rientrare "finanziariamente" in possesso
dei soldi investiti, maggiorati del rendimento iniziale annuo (considerando
anche il reinvestimento delle cedole allo stesso tasso). Il problema sta in
quel "finanziariamente". Un esempio aiuterà a chiarire il concetto.
Quando è che rientrerete nel possesso pieno dell'investimento e del suo
interesse in un titolo zero-coupon, cioè in uno di quei titoli che non
pagano nessuna cedola, in cui il guadagno sta solo nella differenza tra il prezzo
iniziale e il valore di rimborso a scadenza? In questo caso la risposta è
semplice: alla scadenza del titolo, perché prima di tale data non riceverò
nulla. La duration di uno zero-coupon coincide quindi con la sua durata residua.
Se però un titolo paga anche delle cedole, in un certo senso si accorcia
il periodo d'attesa, e arriverà un momento in cui la somma tra ciò
che mi avrà fruttato sino ad allora, reinvestendo continuamente le cedole
incassate, e il ricavato ottenibile dalla vendita anticipata, garantirebbe all'investimento
un rendimento pari a quello iniziale presente al momento dell'acquisto del titolo.
Più alta è la cedola, e più alto è il rendimento
del titolo, meno dovremo attendere. Ricordiamo però che l'ipotesi base
è quella del reinvestimento delle cedole, operazione facilitata se si
sceglie di investire tramite dei fondi comuni (in tal caso la duration del fondo
è data dalla media ponderata delle duration dei singoli titoli presenti
in portafoglio).
Insomma, possiamo riassumere dicendo che la duration di un titolo (o di un fondo)
è il tempo che è necessario attendere per non avere sorprese sul
rendimento a causa del movimento dei tassi di interesse, quel tempo che bilancia,
per intenderci, lo svantaggio di un rialzo dei tassi, che va a pesare sul prezzo
del titolo, con i maggiori proventi provenienti dalle cedole future, che possono
essere reinvestite a un tasso maggiore, e viceversa.