Gli investitori sono migliorati, ma il "parco buoi" c'è ancora

Pubblicato l'11 agosto 2010 su La Voce di Romagna

di Simone Mariotti

Un paio di mesi fa a un giornalista che mi chiedeva quali potessero essere le armi di difesa da dare ad un piccolo risparmiatore per metterlo in grado di capire, trovandosi di fronte ad un interlocutore finanziario qualsiasi, la differenza tra un professionista serio o un piazzista appioppa-prodotti, risposi che purtroppo se sei ignorante è molto difficile capirlo, anzi impossibile. Il consiglio più spassionato che potevo dare era quello di fare un piccolo sforzo di educazione perché se non si conosce un po' la materia (basta l'abc), qualsiasi cosa io avessi detto avrebbe potuto essere rigirata come una frittata da un buon venditore. Al limite, come regola base, è bene diffidare di chi è troppo sicuro di sé e di quel che vi proporne, perché la finanza è il regno dell'incerto.
Il succo è che il cosiddetto "parco buoi" esiste da sempre, in tutti i settori. Col tempo alcune conoscenze diventano patrimonio comune e si alza il livello del dialogo tra operatori. In finanza il processo è lento, lentissimo e, come mostrato in tante occasioni, 400 anni fa si facevano gli stessi errori di oggi, ma se guardiamo l'italiano medio del 1990 e lo confrontiamo con quello del 2010, una piccola rivoluzione di conoscenza è comunque avvenuta. Il parco buoi, però, è sparito? Non sarei così sicuro.
Qualche settimana fa Gianfilippo Cuneo, scrisse un interessante articolo per il Sole intitolato "C'era una volta il parco Buoi", dimostrandosi ottimista.
Cuneo commentava il continuo rinvio dei nuovi collocamenti azionari a Piazza Affari precedentemente annunciati, e ricordava come:
La ragione normalmente dichiarata è che l'attuale volatilità dei mercati finanziari non consente un collocamento a valori congrui;.
[...]
Chi dà la colpa dei rinvii al mercato (soggetto cattivo e impersonale) ignora però l'accresciuta maturità degli investitori, anche di quelli comunemente chiamati "parco buoi". Dopotutto, le azioni di moltissime medie aziende quotate negli anni precedenti il 2008 hanno perso più dell'indice di borsa e non si sono rivelate un buon affare per gli investitori; dobbiamo quindi immaginare che ci sia oggi maggior freddezza nell'analizzare titoli nuovi e un maggior scetticismo relativamente alle affermazioni del prospetto informativo. Oggi si tende a preferire titoli noti a nuove emissioni, a meno che non siano scontatissime.
Ormai bisogna trattare l'investitore potenziale in un titolo di un'azienda da quotare come un compratore professionale che crederà poco ai numeri rappresentati e crederà invece molto di più ad elementi quali la motivazione dei proprietari dell'azienda, la storia di comportamenti più o meno coerenti con gli interessi degli azionisti di minoranza e soprattutto la collimazione d'interessi per il futuro. La domanda fondamentale che un investitore serio si pone è sempre la stessa: se il proprietario colloca delle quote azionarie in borsa, ancorché in aumento di capitale, non è per caso che in realtà ha intenzione di liquidare una parte del proprio investimento quando finisce il periodo di lockup? E se quello fosse il vero obiettivo, non è per caso che il proprietario si attenda una diminuzione di valore negli anni seguenti? E in tal caso perché mai qualcuno dovrebbe comprare oggi?

Cuneo continua analizzando altri elementi e la sua analisi è interessante. Spesso ho messo in guardia dai collocamenti per le stesse motivazioni, e mi piacerebbe che il motivo del rinvio fosse, anche solo in parte, l'accresciuta maturità del parco buoi. Ma se si guarda solo a quel che succedeva un paio di anni fa non mi sento di condividere questa tesi, perché purtroppo i buoi continuano a bersi alla grande quel che il contadino gli porta sotto il naso. Se fosse vera una tale accresciuta maturità dei "bovini" da permettere loro di discriminare sulla bontà delle IPO, perché continuano ad essere affascinati da altre pratiche sostanzialmente prive si senso? Faccio un esempio.
Da qualche mese quasi tutte le grandi società di gestione del risparmio si sono messe a lanciare fondi comuni che staccano la cedola, prodotti in realtà antiquati, già presenti 20 anni fa, caduti in po' nel dimenticatoio e nuovamente proposti oggi, rimaneggiati e meglio "vestiti", ma che purtroppo dal punto di vista strettamente finanziario sono esattamente la stessa identica cosa di un fondo "ordinario" che la cedola non la stacca ma reinveste i proventi.
Ma oggi in tempo di crisi e di insicurezza, il parco buoi vuole tornare a sentirsi dire che il suo investimento produrrà un flusso di cedole; che poi sotto ci sia un qualcosa che ha un prezzo e che a ogni stacco cala, poco importa. Il parco buoi vuole questo, le banche e le società di gestione lo sanno e offrono il prodotto chiesto dalla pancia del risparmiatore. Si potrà però parlare di parco buoi in pensione quando i prodotti verranno chiesti, invece, dalla testa.







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