Pubblicato il 21 luglio 2010 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Tra il dibattito degli ultimi mesi sull'allungamento dell'età
pensionabile per le donne, gli scaloni, che poi diventano sempre scalini, e
le altre bellezze della previdenza italiana, da un po' di tempo si è
smesso di discutere sui fondi pensione, se non al solito, con i confronti con
il TFR.
Oggi voglio tornare su questo argomento perché qualche settimana fa un
bell'articolo di Marco lo Conte scritto per il Sole24Ore ha riportato l'attenzione
su alcuni aspetti importanti, a partire dalla inconsistenza del confronto tra
TFR e Fondi pensione. Spiegare tutto è impossibile, ma chiarire qualcosa
si può. Tra le altre cose Lo Conte scriveva:
Il Tfr è più stabile mentre i fondi pensione
hanno modo di guadagnare di più su intervalli temporali lunghi, anche
se rischiano "fotografie" parziali penalizzanti, come accaduto nel
2008. Il Tfr, poi, non fa previdenza: si traduce in una somma cash in mano al
lavoratore a fine carriera ma non incrementa le entrate del pensionato […].
I fondi pensione, quindi, a differenza delle liquidazioni consentono di attutire
il calo (più o meno brusco) delle entrate quando si smette di lavorare.
Un lavoratore che volesse far da solo - investendo il trattamento di fine rapporto
incassato a fine carriera in una polizza privata - otterrebbe una rendita più
bassa.
Questo è uno degli aspetti più sottovalutati
dai dipendenti che temono di perdere il capitale alla fine se rinunciano al
TRF, perché manca in Italia la cultura della rendita. una posizione comprensibile
che molti sentono come "necessaria e naturalmente immodificabile".
Purtroppo credo che questo ordine di idee finirà per creare un mare di
guai tra 30 anni, quando l'esercito di pensionati quali saremo si troverà
con una scarsa pensione pubblica e un malloppo (tra l'altro tassato molto peggio
dei fondi pensione) in balia degli avventurieri di turno pronti a rifilargli
le Argentina del momento proprio per integrare la pensione, mandando a monte
tutto l'accumulato, mentre gli altri se ne starano al caldo a ricevere una rendita
inattaccabile dagli avvoltoi. Oltretutto, e questo può essere uno degli
aspetti chiave specialmente per un lavoratore giovane, con il solo eventuale
contributo del datore di lavoro, quasi sempre previsto se si opta per il fondo
pensione, si costituisce un bel gruzzolo aggiuntivo. Se consideriamo anche i
rendimenti più elevati che si ottengono nel lungo periodo rispetto al
TFR, e la possibilità di poter prelevare comunque la metà del
capitale alla fine, si "rischia" che chi ha molti anni davanti, e
un datore di lavoro che versa, abbia alla fine un capitale non troppo lontano
da chi tiene il TFR in azienda (un 1,5% extra annuo tra datore ed extrarendimenti,
capitalizzato per 30 anni dà il 56% in più!!!), e in più
una rendita.
Ma c'è un secondo aspetto da considerare quando si leggono i confronti
sui giornali. Riporto un altro stralcio dell'articolo:
È tuttavia il caso di ricordare che analizzare
i rendimenti di periodo di questi strumenti rappresenta un'astrazione, perché
utilizza la modalità "time weighted"; in realtà i lavoratori
affidano denaro periodicamente al fondo pensione o in azienda/Inps, secondo
un vero e proprio piano di accumulo. La maggiore volatilità dei rendimenti
delle pensioni di scorta premia questi strumenti sulle liquidazioni (oltre ai
vantaggi fiscali e al contributo datoriale previsto): i fondi pensione vincono
sempre sul Tfr, analizzando i rendimenti con la modalità "money
weighted", pesando cioè i "soldi veri". Nelle tasche di
un lavoratore che aderisce alla previdenza complementare, infatti, c'è
sempre più denaro dell'ipotetico gemello che avesse deciso di non aderire
a un fondo pensione.
Tra i titoli più comuni pubblicati negli anni dai giornali
a proposito del TFR ci sono stati quelli del tipo: "I fondi pensione battono
il TFR nella gara del rendimento", "Il TFR supera i fondi pensione
due volte su tre" o ancora "Scontro alla pari tra TFR e previdenza
integrativa", ecc. Dopo la crisi del 2008 poi i confronti tra fondi e TFR
si sono sprecati, tanto per dare una mano a un settore già di per sé
asfittico, e con motivazioni che erano il contrario della verità. Ma
le classifiche sono sempre un trucco per manipolare l'informazione a piacimento.
Cosa succede se cambio il periodo di calcolo? O il tipo di fondo? La classifica
questo non lo dice, ma spessissimo è quello che fa la differenza. Ma,
per tornare all'articolo, quello che non viene mai detto è che anni come
il 2008 sono quanto di più lontano ci possa essere da un disastro per
i sottoscrittori dei fondi. I pochi che nel 2007 li scelsero non hanno nulla
da recriminarsi, anzi. La crisi di borsa ha colpito solo un'irrisoria parte
di quello che sarà il loro versato complessivo al momento della pensione
(giusto i versamenti del 2007 e 2008), e probabilmente i versamenti fatti nel
2008 e 2009 saranno quelli che alla fine risulteranno essere i più redditizi
proprio perché investiti in un momento critico dove si acquistava a prezzi
assai convenienti, è il money weigted che conta per il cittadino, cioè
quel che effettivamente versa e quando lo fa, e con i fondi lo si fa con il
vecchio vantaggio di investire a rate un po' alla volta. Perché, quindi,
un futuro pensionato del 2025 dovrebbe preoccuparsi del fatto che il TFR ha
battuto il suo fondo nel 2008 o nel 2010?
Il vero dilemma resta la sostenibilità del pilastro previdenziale pubblico,
che potrà essere garantita solo a costo di pesanti riduzioni delle prestazioni
future.