Pubblicato il 19 maggio 2010 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Pare che la soluzione trovata per la Grecia non convinca molto
i mercati. A me non ha mai convinto, come non mi ha mai convinto il non aver
mai lasciato veramente fallire una banca o una grande azienda, sostenendola
a suon di aiuti, ritenendo che una sana abitudine ai fallimenti aiuti un sistema
a essere più forte e ad avere un stato sociale più efficiente
per sostenere i malcapitati di turno. Se la Bear Stearns fosse stata fatta fallire
a marzo 2008 invece che la Lehman a settembre, la crisi ci sarebbe stata comunque,
ma avremo guadagnato sei mesi preziosi e indotto meno azzardo morale sugli altri.
Oggi lo stesso vale per la Grecia, e un'accettabile ristrutturazione a scapito
delle banche, principali detentrici del suo debito, sarebbe stata meglio di
aiuti a fondo perduto a spese dei cittadini.
La Grecia più che una casa in fiamme, come la descrive Tremonti, è
forse una catapecchia, che è meglio far bruciare e ricostruire su basi
solide, costruendo nel frattempo una tenda, più che affannarsi a riparare
la catapecchia, appesantita da ogni sorta di corruzione e dissipazione di risorse,
e che mai restituirà quel che gli viene prestato oggi, come i mercati
stanno dimostrando di credere.
Ed è un monito anche per noi italiani, candidati a trovarci nella stessa
situazione greca tra una decina d'anni, massacrati dalla spesa pensionistica
e dalla statalizzazione infinita (che ne è dell'abolizione delle province?),
e che continuiamo a voler vivere sopra le nostre possibilità, status
che possiamo mantenere solo sbloccando risorse là dove sono andate a
morire, e cioè nelle rendite e nell'immobiliare (vedi la Spagna). Nel
frattempo, ahimé, ci dilettiamo invece con il rafforzamento degli ordini
e delle corporazioni.
Tuttavia sembra che ultimamente vada di moda rivolgere accuse solo alla finanza,
che andrà anche regolata in molti aspetti, ma che è per l'economia
globale come quel che strade e fogne sono per una città. E se si blocca
succedono grossi guai, e quando non si blocca, ma funziona e dà cattive
notizie, è perché riflette lo status dell'economia sottostante,
e quindi anche della cattiva gestione degli stati da parte dei politici. E allora
sembra che sia la finanza stessa la sola causa del male. E i capri espiatori
fioccano.
Volete un esempio? I soliti hedge funds, tirati in ballo ogni volta, o i CDS
(credit default swap) e gli strumenti speculativi in generale, che finiscono
sotto le forche dei regolarizzatori forsennati, frutto della logica che vuole
che, per citare un altro mantra popolare, sia stato il fallimento della Lehman
Brothers a far precipitare la crisi e non il viceversa. Chi sostiene che sia
stato un errore farla fallire cerca un capro espiatorio (chi l'ha fatta fallire
e gli "strumenti speculativi") su cui scaricare le colpe, senza però
proporre veri correttivi. E chissà perché ci si accorge dell'esistenza
degli strumenti speculativi non le tante volte che segnalano giusti allarmi,
ma solo quando fanno danni.
Qualche settimana fa Walter Riolfi sul Sole scrisse: "A novembre, quando
i Credit default swap su Dubai volavano verso i 600 punti, non s'erano alzate
grandi proteste sulla pericolosità di questi strumenti "speculativi".
E, prima ancora, quasi nessuno aveva messo sotto accusa i Cds quando segnalavano
gli alti rischi sui debiti sovrani della Russia o di qualche paese asiatico
o dell'America Latina. Ma quando è salita la febbre sulle finanze pubbliche
di uno stato europeo come la Grecia, e il rischio di un contagio ha cominciato
a estendersi al Portogallo, all'Irlanda, alla Spagna e anche all'Italia, ecco
che i Cds sono diventati lo strumento incriminato di chi vorrebbe sovvertire
uno stato sovrano".
Poi ci sono le terribili agenzie di rating, colpevoli di tutto.
Altra barzelletta recente è infatti quella della tanto invocata (dai
politici) società di rating europea, cioè promossa dagli stessi
stati che dovrebbe giudicare, cioè una perfetta società inutile,
e già priva sin prima della sua nascita di ogni credibilità. Anche
perché una società di rating europea c'è già ed
è la Fitch, a controllo francese, che però, pur essendo più
piccola delle sue sorelle americane e pure europea, non dice cose troppo diverse
dalle altre, e allora non va bene.
Non è che voglia difendere a spada tratta l'operato delle agenzie, ma
il fatto è che nel complesso, continuano a dare un servizio utile (anche
se sopravvalutato), soprattutto al piccolo investitore che ragiona per mercati
aggregati e non per singoli titoli.
E' chiaro che per valutare singole emissioni obbligazionarie si guardano tanti
parametri e non solo il giudizio delle agenzie. E' ovvio! Sui giornali dal caso
Lehman in avanti si sono lette una serie di fesserie madornali, come se le agenzie
fossero state sino a quel momento l'unica fonte di informazioni sui bond. Ma
quando mai! Per questo le accuse di destabilizzazione fatte al report di Moody's
sulle banche italiane della settimana scorsa sono prive ogni fondamento. Figuriamoci
se l'intera comunità finanziaria globale doveva aspettare Moody's per
farsi un'idea sulle nostre banche!
E quanti dei critici di oggi hanno applaudito le agenzie per avere avvisato
con larghissimo anticipo che il debito argentino era assai fragile e ad alto
rischio? Quasi nessuno, soprattutto quelle banche che di quei titoli erano piene,
che il rating lo conoscevano, che sapevano che era corretto e che ben si guardavano
dal farlo conoscere anche ai clienti. Ma attenzione, ritengo questi ultimi ugualmente
colpevoli di grande leggerezza per aver creduto di essere più furbi degli
altri e che qualcosa che rendeva più del doppio dei BOT fosse senza rischio.