Pubblicato il 5 maggio 2010 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Come preannunciato la settimana scorsa, oggi ci occuperemo
di vini per dare un'occhiata a come si sono mosse le prime forme di investimento
collettivo del settore che da un po' di anni si trovano sul mercato. Un settore
molto di nicchia e con soglie di ingresso molto più elevate rispetto
ai normali fondi di investimento, ma alcuni fondi hanno accumulato un discreto
numero di anni ed esperienza per iniziare a fare delle prime valutazioni.
A leggere le interviste ai loro gestori sembra che l'unica cosa saggia da fare
sia tuffarsi a capofitto nel vino. Christian Roger, certamente uno dei maggiori
esperti di investimento in vino, si lascia andare nelle interviste ad affermazioni
spudorate come quelle pubblicate dal mensile Investire nel settembre
2008. Roger, che gestisce il fondo Nobles Crus, sostenne che addirittura
"negli ultimi 30/40 anni" i prezzi dei grandi vini non erano mai scesi.
Mai!
Ma anche gli indici (informali) del settore come il Liv-ex (London International
Vintners Exchange), che prende in considerazione 100 tra le principali
bottiglie trattate, tendono a raccontare visioni un po' troppo idilliache sui
rendimenti. Secondo il Liv-ex i prezzi tra aprile 2005 e aprile 2010 sarebbero
aumentati nientemeno che del 160%. Ma siamo sicuri che con queste valutazioni
tengono conto di tutto, costi di gestione compresi, di stoccaggio, amministrativi,
ecc.? Per avere una risposta, la cosa migliore è allora dare un'occhiata
a chi fa questo di mestiere, e cioè un importante fondo che con grandi
capitali e libertà d'azione sul modello degli hedge fund (è
domiciliato alle Cayman), gestisce una bella cantina di vini pregiati: il Vintage
Wine Fund.
È uno dei più grandi fondi del vino e tra i più rispettabili,
anche per la consistenza del suo portafoglio (ha oltre 100 milioni di euro in
gestione). L'investimento minimo è di 100.000€ e investe in un "paniere"
classico di bottiglie (prevalentemente di Bordeaux e della Borgonga, più
altre zone classiche come Rodano, Toscana, Piemonte, Spagna), fornisce una buona
reportistica dal suo sito e ha già qualche anno di vita essendo nato
il 20 marzo 2003. Il valore iniziale della quota fu posto a 100€. A fine
febbraio 2010 quotava 124,7€, pari a un rendimento annuo del 3,12%, buono,
ma forse non un gran che se paragonato, per esempio al rendimento della borsa
italiana che nello stesso periodo ha reso oltre il 4% annuo se acquistata attraverso
un fondo comune di media classifica. Ma nel 2007 il Vintage superò
i 180€, tanto per avere un'idea della volatilità, e del fatto che
prezzi dei vini calano eccome, con buona pace di Roger. Tra il 2005 e il 2010,
invece, il Vintage passò da 113 a 124, 9,7%, non proprio il
+160% indicato dal Liv-ex. Tutto questo è accaduto tra l'altro in sette
anni in cui grandi capitali si sono gettati in questo tipo di investimento.
Lontano anche pure il 14% medio annuo, rendimento che Roger attribuisce al vino
ininterrottamente dal 1950 al 2009, e che dice essere il suo target per il fondo
Nobles Crus.
Quest'ultimo fondo è nato nel gennaio 2008 e ha avuto la capacità
di evitare la crisi globale puntando più sulla Borgogna, più rara
e di nicchia, che sui classici bordolesi, con un rendimento superiore al 30%
nei primi due anni (anche se bisognerà vedere quanta parte del portafoglio
è stato investito per la prima volta ai prezzi fortemente ribassati dalla
crisi 2008, una situazione non ripetibile con troppa frequenza). Ma sul 14%
cinquantennale, circa il doppio della media storica secolare del rendimento
azionario globale, non punterei neanche una moneta da 3 euro. Né è
quello che è successo nella realtà, se non per i super campionissimi,
ma in qualsiasi tipo di mercato a posteriori potremmo trovare top performer
dai rendimenti stellari. Li abbiamo sempre avuti nel campo delle azioni, delle
opere d'arte, delle obbligazioni rischiose, e ovviamente anche nel mondo dei
vini. E anche l'affermazione che i prezzi dei grandi vini non calano mai lascia
molto a desiderare quanto a veridicità. Qualche esempio recente (tra
i tantissimi)?
Il Brunello di Montalcino di Argiano, annata 1990 tra le aste del 2005
e 2006 calo del 40%, il Greppo di Biondi Santi del 58%, il Mouton-Rothschild
1966 tra il 2007 e il 2008 calò del 89%, l'annata '85 del 52%, quella
del '76 del 66%. Il Sassicaia 1998 tra il 2008 e 2009 perse il 19%,
il 2003 scese del 28%. Per il celebre Petrus, le annate 1990 e 2005
tra 2008 e 2009 hanno perso oltre il 20%. La lista potrebbe continuare a lungo,
specialmente se prendiamo il periodo 2002-2004 e 2007-2009.
Come per gli immobili, un'alternativa all'investimento diretto in bottiglie
è quella offerta dalle azioni delle aziende vinicole quotate in borsa.
In questo caso però si scommette sulla capacità delle aziende
di far utili vendendo vino, più che puntare alla rivalutazione di etichette
di gran qualità. Ecco che allora la fotografia scattata sulle borse ci
dà un'immagine molto diversa rispetto al mondo del vino come siamo abituati
a conoscerlo. In Italia nessuno dei grandi produttori è quotato, in Francia
sono solo una manciata. I pionieri dei listini risiedono nelle nuove aree del
vino, dalla Napa Valley californiana all'Australia, dal Cile alla Cina come
si vede anche dalla struttura del primo indice mondiale di borsa per il settore
vinicolo, creato da Mediobanca nel 2001 e composto, a marzo 2010, da 42 aziende
in cui l'Australia pesava il 36%, il Nord America il 14%, la Cina il 23% il
Cile il 9%. La Francia copriva appena il 5% del portafoglio.
La performance delle azioni vinicole è stata ottima e piuttosto decorrelata
dal resto del mercato. Dal 2 gennaio 2001 al 15 marzo 2010, l'indice di Mediobanca
ha realizzato un incremento del 98%, contro un 5% delle azioni globali misurato
dall'indice MSCI World (entrambi in versione total return, cioè
con i dividendi reinvestiti).