Pubblicato su Plus24, supplemento del sabato de Il
Sole 24 Ore a pagina 19.
di Simone Mariotti
Sono un promotore finanziario di Sanpaolo Invest e a proposito
dei fondi comuni e dei risparmi degli italiani vorrei fare delle riflessioni
attorno alla storia di copertina di Plus24 di sabato 9 gennaio.
Una criticità spesso rilevata nel sistema fondi riguarda i costi distributivi.
Tuttavia, le alte percentuali di retrocessione che i gestori girano ai distributori,
benché alte, non sempre sono eccessive, e sono necessarie a retribuire
una categoria, i distributori appunto, senza i quali i gestori avrebbero poca
vita. Nella nostra società quelli distributivi sono costi diventati storicamente
elevati per molti settori, dall'alimentare, all'editoria, all'abbilgiamento,
e spesso arrivano a due terzi del costo finale, in molti casi a percentuali
ben più elevate. Con le SGR siamo sotto quei livelli, e se ci limitiamo
a gestori indipendenti, la percentuale retrocessa per la distribuzione scende
sotto il 60% (vedi come esempio Fidelity, il più grande di tutti, o la
tanto di successo Carmignac, 48%). Intendiamoci, se un investitore è
in grado di far da sé (un po' come andare direttamente dal contadino
a prender la frutta) e quindi dedicandoci tempo ed energie, risparmierà
comprando quel che più gli piace da solo sul mercato.
Ma si può obbiettare: "perché usare i gestori, che spesso
non battono i mercati e mi costano? Io faccio senza". Benissimo, se siete
in grado, appunto, di far da soli.
E' vero, chi ha investito in fondi non sempre ha fatto grandi affari. Ma che
ne è stato del resto?
Purtroppo una realtà tante volte documentata dal Sole 24 Ore è
che gli italiani non si dilettano molto con la finanza e che l'offerta domina
incontrastata sulla domanda. Siamo allora così sicuri che il fondo comune,
pur con tutti i suoi limiti, ma semplicissimo da usare, non sia ancora oggi
la soluzione più adatta alla gran parte delle persone (se onestamente
assistite)? Dove sono stati indirizzati negli ultimi 10 anni i risparmiatori
a cui sono stati fatti sottoscrivere prodotti alternativi ai fondi?
Il panorama, ahimé, non è molto allegro: polizze a go-go, gestioni
in fondi, titoli strutturati dal significato oscuro, obbligazioni bancarie non
quotate. Questo per parlare delle cose che sono andate bene!
Chi tra qualche decennio scriverà a mente fredda libri di storia sui
disastri dei risparmiatori di inizio millennio, racconterà l'odissea
dei possessori di bond Argentina, Parmalat, Lehman e di tante altre società
finite male. Il bravo storico non dimenticherà di spendere le dovute
parole sulla piaga silenziosa dei fallimenti immobiliari, tante volte ricordata
da Plus, non meno pesante quanto ad ammontare di denaro finito in fumo. Ci sarà
spazio per chi si indebitò per comprare, da solo, le azioni di Seat Pagine
Gialle ai tempi d'oro e di tutta la sfilza di IPO iper pubblicizzate, collocate
a prezzi "generosi" e finite nel baratro. E poi le truffe, i raggiri
con i derivati, la moda delle materie prime, fino a chi ha speculato tra i bidoni
colossali alla Madoff e i miraggi di Dubai.
Spesso si ricordano i "morti" della finanza, ma non i sopravvissuti.
I fondi non sono il paradiso, ma in un mondo disorientato come quello finanziario,
hanno rappresentato un lido abbastanza sicuro, sono uno strumento ultra controllato
e credo di gran lunga più accettabile della valanga di porcherie appioppate
agli italiani negli ultimi dieci anni.
Marco Liera è stato speso critico nel sottolineare le inefficienze di
fondi, ed è un giusto lavoro il suo per stimolare un percorso verso una
maggior efficienza del settore. Ma proprio lui scrisse un utilissimo volumetto
12 anni fa, Investire in fondi comuni che ancora sarebbe utilissimo a molti
risparmiatori. Era un'altra epoca, l'offerta era minore, gli stranieri poco
presenti, i gestori indipendenti pressoché assenti. Ma seguire le indicazioni
di quel volumetto, spero non rinnegato dal suo autore, sarebbe ancora assai
utile agli italiani, con l'accortezza, magari, di prestare maggiore attenzione
ai gestori indipendenti.
Più sotto alcuni commenti dei lettori del Sole24Ore
Di seguito riporto i commenti dei lettori, in relazione
al mio intervento, pubblicati su Plus (Il Sole 24 Ore).
Scrivo in merito alla lettera "I fondi non sono da demonizzare"
pubblicata sul "Plus24" del 30 gennaio. Sono un investitore retail
con, credo, una buona cultura economico-finanziaria a livello dilettantistico
(faccio un altro mestiere), cultura che mi sono fatto dedicando, da ormai diversi
anni, più o meno un'ora per sei giorni la settimana all'aggiornamento
dei mercati, leggendo dati, cercando di capire le ripercussioni che potrebbero
avere sull'economia e quali indicatori passati potevano anticipare quanto successo.
Leggo diversi pareri ma evito i "guru" e l'analisi tecnica dato che
non ho tempo da perdere (qui mi sarò fatto molti "amici").
Ho iniziato a investire in Italia in Etf quando l'elenco stava ancora in mezza
pagina del browser e in certificati quando erano praticamente tutti benchmark,
senza opzioni. E in fondi comuni ovviamente. Io penso che si possano utilizzare
due approcci all'investimento: uno passivo e allora posso usare Etf e certificati,
adesso con protezione, cap, bonus e così via dicendo; l'altro attivo
e allora posso usare azioni o fondi comuni. Mi limito agli strumenti più
adatti agli investitori privati "dilettanti". Se cerco un approccio
che mi permetta di avere potenziali overperformance rispetto ai benchmark (ma
anche rischi di sottoperformarli, ovviamente) posso investire in singoli titoli.
Molti lo fanno in Italia: ma la gran parte di loro con quale reale co(no)scenza
della società, dei bilanci, del management, delle prospettive del settore,
delle strategie, della solidità patrimoniale? Io ho scelto di cercare
di capire le tendenze macro del mercato, di aree o settori e di lasciare a chi
di professione ha il tempo e le capacità di conoscere i singoli titoli
il compito di sceglierli: uso quindi per la maggior parte dei miei investimenti
i fondi comuni. E sono ottimi strumenti; purtroppo, spesso, non quelli italiani
(e così avrò altri "amici") ma questo non è più
un limite da tempo. Diverse piattaforme Internet offrono la scelta tra migliaia
di fondi e se anche solo il 5% di questi fossero buoni fondi, gestiti bene,
di quanti ne abbiamo bisogno per metterci i soldi? Bisogna saper scegliere e
dedicare il tempo necessario. Ci sono criteri di scelta semplici e altri più
complicati; si possono guardare le stelle o la composizione del portafoglio,
il grafico o l'Alpha. E in questo modo mi sono tolto delle soddisfazioni; ma
ho anche sbagliato, capendo gli errori e cercando di non rifarli; posso investire
in Asia senza conoscere una sola delle società del "mio" portafoglio
perché pago il gestore per fare selezione, per bilanciare il rischio:
io devo decidere, in base alle informazioni che raccolgo se le prospettive di
un'area, di una regione, di un settore sono più o meno brillanti di altre;
oppure se le obbligazioni corporate siano più o meno attraenti considerando
le prospettive economiche globali o continentali o le previsioni sull'andamento
dei tassi. Non è poco e so bene che non è (stato) semplice, ma
i fondi comuni sono un prezioso alleato, e come per tutti gli alleati, vanno
scelti bene. Fino a questo punto concordo con il promotore che ha scritto la
lettera; io sono tra quelli che "fanno-da-se", "compro la frutta
direttamente dal contadino" ma il promotore quante case di gestione ha
in portafoglio? La parola stessa promotore mi mette diffidenza; consulente è
meglio, ma non è soltanto forma, è sostanza; il consulente lavora
per me, il promotore per la banca (altri "amici"). Troppe esperienze,
per fortuna non in prima persona, me l'hanno dimostrato; troppi promotori che
hanno soltanto l'Sgr del proprio datore di lavoro in portafoglio. Ma comprendo
il problema: il consulente costa al cliente finale, ovviamente, molto di più
del promotore e qui si torna al "fai-da-te"; difficile e poco affascinante
dedicare il proprio tempo all'economia e alla finanza; meglio spendere diverse
ore per scegliere il prossimo telefonino risparmiando così ben 20 euro
e poi passare in banca per investire a caso e spesso in base alla convenienza
dell'istituto 10mila euro di risparmi, non di reddito, che sappiamo sono due
cose ben diverse. Così vado in banca e sento un tipo che afferma: "Vorrei
investire nei mercati emergenti" e l'impiegata chiedere: "Azioni o
obbligazioni?" e poi dover spiegare la differenza; oppure leggo lettere
dove chi aveva azioni Alitalia chiedeva come insinuarsi nel passivo dell'azienda
come creditore neanche fosse stato un obbligazionista; allora, ammesso non ci
sia già, potrebbe non essere una cattiva idea quella che i sindacati
o le associazioni di categoria mettano a disposizione dei propri iscritti servizi
di consulenza finanziaria (quasi) gratuita. Cosa ne penserebbero le banche?
Marco Di Cesare (via e-mail)
20 febbraio 2010
Scusate per questo sfogo ma l'ultima lettera del collega Mariotti ("Plus24"
del 30 gennaio) mi ha deluso. Primo febbraio, giornata con i colleghi, tradizione
che si rinnova da più 20 anni; un'inutile e demotivante riunione per
fare il punto della situazione su tutto quello che il commerciale richiede ("I
mercati? Interessano solo a me...poi si lavora in delega!"); ho trovato
la lettera oggetto della presente ed è nata quasi una rissa (verbale
per il momento) con quei miei colleghi che sostenevano e difendevano a spada
tratta i ragionamenti di Mariotti. È una situazione, quella in cui si
barcamenano certi promotori finanziari, tra le meno piacevoli. Ben vengano gli
sfoghi come quelli che ho letto su "Mal di budget", spesso forzatamente
anonimi, che facciano chiarezza tra le forze in campo, perché credo nella
mia figura professionale (ancor più alla consulenza finanziaria indipendente),
ma non sono messo in condizione di azzerare il cronico conflitto di interessi
con il cliente e la mia "mandante": vorrebbero da me che portassi
tutti in gestito, ma il loro gestito è assai poco efficiente, con ancora
le commissioni di ingresso (per fortuna derogabili in certi casi, ma non certo
per i clienti qualsiasi).
M. (via e-mail)
20 febbraio 2010
In riferimento alla lettera pubblicata su Plus24
il 30 gennaio scorso e recante il titolo I fondi non sono da demonizzare,
volevo esprimere il mio plauso al signor Mariotti per le sue affermazioni. Il
tanto bistrattato e criticato mondo del risparmio gestito è una, ma non
l'unica, arma a disposizione del risparmiatore per poter, contemporaneamente,
impiegare le proprie disponibilità e anche difenderle attraverso quella
che è la prima regola dell'investitore: la diversificazione.
Certo il mondo dei fondi non può essere immune da giuste critiche riguardanti
costi, fusioni a volte inspiegabili, cambi di strategie oppure di settori di
investimento che tanto confondono il risparmiatore.
Qui deve intervenire l'interlocutore, impiegato bancario (è il mio caso)
o promotore finanziario che sia, che ha il compito di costruire il portafoglio
su misura dell'investitore, valutando con quest'ultimo quali siano gli strumenti
oppure i fondi più adatti e intervenire, qualora se ne riscontri la necessità,
variandone la composizione. Perché anche un portafoglio di fondi, pur
avendo i gestori alle spalle, ha bisogno di quella che potrei definire una "manutenzione"
periodica, quella che purtroppo molti risparmiatori dimenticano. Anche per i
fondi vale il discorso del giusto timing di ingresso e di uscita, di un corretto
peso in percentuale e via discorrendo.
Su un punto il signor Mariotti non mi trova d'accordo: quando, tra i prodotti
alternativi sui quali sono stati indirizzati negli ultimi anni i risparmiatori
cita negativamente le gestioni in fondi e le polizze assicurative. Qui vale
la pena di puntualizzare:
1 - per le gestioni in fondi vale lo stesso discorso che si affronta quando
si costruisce il portafoglio, perché servono a completarlo non a sostituirlo
interamente. La cosiddetta "manutenzione" cui accennavo in precedenza
va fatta anche per le gestioni, per i cui costi la Mifid ha cercato di dare
una razionalizzazione;
2 - per le polizze occorre distinguere tra le Unit e le Index da una parte (strumenti
costosi, spesso non efficienti) che i clienti il più delle volte non
comprendono, e le classiche polizze che per facilità si definiscono da
risparmio e che, avendo alle spalle una gestione separata, possono dare la tranquillità
di rendimenti stabili nel tempo, oltre a un minimo garantito.
A fronte di tutto valgono molto quelle parole, signor Mariotti, che lei mette
tra parentesi quando si chiede se il fondo comune non sia la soluzione più
adatta al normale risparmiatore: quel "se onestamente assistite" che
è alla base del suo lavoro ed anche del mio.
Giancarlo Barisone (Alessandria)
27 gennaio 2010

