Pubblicato il 30 dicembre 2009 su La Voce di Romagna
in prima pagina
di Simone Mariotti
Il penultimo tratto che percorsi tra quelle alture del Kerala
era l'ideale per "apprezzare" il totale disprezzo del pericolo degli
autisti indiani. La velocità di crociera si manteneva attorno ai 50 chilometri
orari, che a dirlo non sembra gran che; ma immaginate delle stradine di montagna,
strette, piene di curve e tornanti, male asfaltate e bagnate. Spessissimo si
sentiva l'odore caldo dei freni, tanto erano sollecitati. Quando poi, giorni
dopo, sono sceso da Munnar per tornare sulla costa, con un unico viaggio diretto
di cinque ore, le prime tre sono state un incubo. Persino gli indiani che viaggiavano
con me, certamente più abituati a quell'andare, davano segni di impazienza.
Io poi mi ero messo scioccamente in fondo all'autobus, dove ogni movimento è
amplificato. Mi ero seduto lì perchè ero stato tra i primi a salire
a Munnar e siccome c'erano tantissimi posti, mi sistemai in coda per poter osservare
con più comodità la vita che si sarebbe svolta davanti a me.
Nel doppio sedile alla mia destra, oltre il corridoio, c'erano una vecchia e
una bambina che, con un continuo di "turni" quasi regolari, vomitarono
per più di un'ora (per fortuna in un robusto sacchetto di plastica che
si erano portate dietro), tra il risolino di qualcuno degli altri passeggeri
e il mio terrore di fare presto la stessa fine. Fui salvato in extremis da una
serie di soste ravvicinate che mi permisero di volta in volta di recuperare,
ma ero veramente al limite della sopportazione.
Con tutte quelle fermate e rapide ripartite mi sentivo come quella volta di
venticinque anni prima o giù di lì, quando con un paio di amici
d'infanzia andai al Luna Park di Miramare, poco lontano dal centro di Rimini.
Io e Gianni, che allora avevamo più o meno quattordici anni, come molti
ragazzini eravamo due fanatici di tutte le attrazioni che ti ribaltavano lo
stomaco come un calzino. Appena arrivati al parco, esattamente come gli stop
& go del mio pazzo bus indiano, iniziammo a salire su una giostra dopo l'altra
e, scesi da una, letteralmente correvamo come drogati sulla successiva, utilizzando
come tempo di recupero solo la fila per il biglietto; e dopo poco più
di mezz'ora, prima della sesta, capitolai e in una pausa più allungata
del solito vomitai tutta la pizza che avevo mangiato un'ora prima. Sul bus sarebbe
bastata una fermata in meno e avrei fatto la stessa fine, a venticinque anni
di distanza.
Ero salito in fretta, mentre uno dei due controllori col fischietto
al solito gridava. Il piccolo autobus non era molto affollato e c'era anche
qualche posto a sedere. Mi ero messo in piedi, tenendomi stretto alle barre
che correvano sul soffitto, proprio dietro al guidatore, dove era stato eretto
un piccolo altarino in omaggio a Ganesh e ad altre tre divinità: una
era Shiva in posizione nataraja, ma le altre due non ero in grado di identificarle,
forse una era la moglie Parvati. Era una teca che si sviluppava orizzontalmente
per un metro circa, alta forse una quarantina di centimetri, ed era incorniciata
con un metallo dorato, con varie collane di fiori ai lati e delle lucine colorate
come quelle che noi utilizziamo per decorare gli alberi di natale. Il tutto
rivolto verso l'interno del mezzo. Non era la prima volta che ne vedevo una
in quella posizione, ma di solito le immagini sacre, foto, fiori e statuette
varie vengono messi sul davanti a fianco del guidatore, alla base del parabrezza
centrale. E' abbastanza comune trovare simili "addobbi" in Asia. Uno
dei più pittoreschi, pieno di fiori e di frutta, mi era capitato di vederlo
in Thailandia, durante un viaggio tra la vecchia capitale imperiale Ayuttaya
e Loopburi, una cittadina invasa dalle scimmie, poco più a nord. Ma l'omaggio
in quel caso era a Buddah.
Mi ero aggrappato, con rispetto, all'altarino, ma in una posizione piuttosto
scomoda. E' che non sapevo dove mettere lo zaino perché davanti a me
c'era il vuoto e non lo potevo incastrare da nessuna parte. In realtà
non c'era proprio il vuoto. C'era un sedile che era quasi vuoto, da tre posti,
sul quale però era seduta solo una donna anziana. Ora, le indiane che
viaggiano da sole, non tutte, ma molte sì, specialmente nelle zone rurali,
non è che siano particolarmente felici di sedersi al fianco di uomini
che non siano della loro famiglia. Non è nulla di drammatico né
di socialmente vietato, ma a volte capita che sia così, un po' per un
fatto dovuto all'onore, alla cultura, o una forma di antico decoro, di moralismo
o altro (nei treni si stanno diffondendo gli scompartimenti ladies only, ma
solo per motivi di sicurezza contro il grave problema della violenza sulle donne).
Fatto sta che la signora, supponendo quelle che avrebbero potuto essere le mie
intenzioni, mi stava squadrando con una certa preoccupazione. Sapevo che quella
situazione la stava mettendo in difficoltà e attesi un po' in piedi guardano
con insistenza il sedile, divertito. Non avevo intenzione di disturbarla sedendomi,
ma non gli dissi nulla. Appena l'autobus fece una fermata, la donna fu lesta
a chiamare le prime due ragazze che erano salite, adoperandosi affinché
si sistemassero subito a fianco a lei. Mi venne da sorridere e mi girai verso
l'autista per cercare di scoprire a che punto eravamo del percorso, ma senza
successo. L'unica cosa certa era che aveva iniziato a piovere con maggiore decisione
e che attorno alla strada la foresta sembrava farsi più fitta.
Il viaggio su quel mini bus fu tuttavia molto breve, lo si sarebbe potuto intuire
anche dal basso costo del biglietto, appena 5 rupie (neanche 8 centesimi di
euro). Dopo un quarto d'ora, due fermate e una corsa sotto la pioggia da un
autobus all'altro nell'autostazione di Popparm, finalmente ero a bordo di un
diretto per Munnar.
Era ancora giorno, ma stava iniziando a imbrunire. La luce però era sufficiente
a farmi apprezzare la bellezza di un paesaggio decisamente cambiato rispetto
all'inizio. Salivamo più in quota, e ai lati della strada, oltre alla
foresta, iniziavano ad apparire anche le prime piantagioni di tè. Ero
seduto ancora una volta in fondo all'autobus con la porta inesorabilmente aperta.
Entrava molto vento e anche un po' di pioggia. Mi misi una maglia più
pesante e il mio solito k-way malandato, ma non stavo bene ugualmente e temevo
di riammalarmi come due settimane prima, quando tra Puducherry e Tanjore uno
strano virus mi "regalò" per due giorni 40 inflessibili linee
di febbre.
Il sedile in coda aveva 5 posti, io ero in quello centrale. Alla mia destra
c'erano due uomini, mentre i due a sinistra erano vuoti perché la ressa
non era tale da riempirli e la pioggia, che entrava ogni tanto dalla porta,
li aveva oramai bagnati quasi del tutto.
Infreddolito e umidiccio, mi stavo tenendo lo zaino davanti al torace per avere
un po' di protezione in più, quando una farfalla entrò all'interno
e si mise a "sedere" proprio a fianco a me, come un normale passeggero.
Era bagnata pure lei e aveva bisogno di asciugarsi le ali, e probabilmente quello
era l'ultimo posto in cui era riuscita ad arrivare prima di essere sbattuta
per terra dalla pioggia. Restò lì almeno un quarto d'ora, forse
di più, incurante o impossibilitata a evitare ogni pericolo, ma avevo
la sensazione che non gliene importasse. A modo nostro, eravamo i due passeggeri
più soli di quel viaggio.
Arrivai in una Munnar buia e resa ancora oscura dalle nuvole,
stanco, forse con la febbre e con la pioggia che batteva. Salii velocemente
sopra un rickshaw e mi feci portare subito al JJ Cottage, che mi era stato suggerito
cinque giorni prima dal ragazzo del Lemon Tree di Alleppey, che mi diede anche
un pacchetto da consegnare ai gestori che erano suoi amici.
"Sei Simon?", mi disse, appena mi vide, un signore corpulento e dallo
sguardo quasi nobile. E fu piuttosto rassicurante. Sistemai le cose al volo
dandomi una rapida asciugata, e con un ombrello preso in prestito corsi per
strada per raggiungere l'unico ristorante che c'era, poco lontano da lì,
prima che chiudesse, perché mi sembrava già deserto.
"Non ti preoccupare, fai in tempo a mangiare, ma vai subito", e non
erano ancora le nove.
La mattina dopo stavo bene, anche se la pioggia ancora non
smetteva. Scrissi per più di un'ora gli appunti che ho poi sistemato
per questo racconto, e poco dopo le nove, dopo una colazione allo stesso posto
della sera prima, dato che la pioggia si era calmata e il sole andava e veniva,
e sembrava dovesse continuare così per tutta la giornata, ero pronto
per inoltrarmi sulle colline circostanti, in quel lontano, piccolo e affascinate
paradiso del tè.
Il tè regna a Munnar, anzi regna la Tata, che possiede
praticamente tutto. Per ore girai tra le piantagioni assieme a Pablo, uno psicologo
colombiano in viaggio di lavoro con la sua ragazza, psicologa anche lei, per
diffondere un'interessante metodologia corporale, che coinvolgeva soprattutto
i padri, che serviva da metodo alternativo all'incubatrice per aiutare i nati
prematuri in quei paesi più arretrati dove i macchinari erano assenti
o scadenti.
Ci soffermammo a lungo nei campi di lavoro a far due chiacchiere con i raccoglitori
di tè. Per comprendere appieno la loro condizione, quello che osservammo
non è certo sufficiente, ma erano quasi tutti piuttosto allegri. Il loro
stipendio era da fame, non arrivava a 20 euro la settimana, e praticamente vivevano
sempre lì nella piantagione, nel villaggio che la Tata aveva costruito
per loro, poco sotto delle belle cascate. "Tata workers", ripeteva
sempre una delle donne, che volle una foto e mi lasciò l'indirizzo facendomi
promettere che gliela avrei spedita.
Lo spaccio della fabbrica di tè vendeva profumati pacchi di prodotto
appena lavorato allo stesso prezzo sia per i locali che per noi stranieri. Nessuno
di quei contadini ci chiese soldi, se non qualche bambino.
E non so se quel paradiso di colori e profumi, quel mondo intensamente verde
lontano dall'inquinamento e dal caos fosse per loro una prigione o se, dopotutto,
vivessero lì più sereni di tanti altri indiani.
FINE
Torna alla puntata precedente
Le piantagioni di tè di Munnar, Kerala, India del Sud - settembre 2009
