Cinque fermate per il paradiso del tè - seconda parte
Pubblicato il 23 dicembre 2009 su La Voce di Romagna in prima pagina

di Simone Mariotti

Arrivai alla prima fermata del mio itinerario. Era un paesello con tre strade al cui incrocio si formava una Y: quella da cui eravamo arrivati, quella imboccata dall'autobus da cui ero sceso, quella lungo la quale avrei proseguito. La fermata non era esattamente una "fermata". Era un pezzo di strada dove tutti sapevano che l'autobus si sarebbe fermato, con un piccolo, perenne capannello di persone in attesa, che aveva così la funzione sociale di segnaposto. Il controllore del bus precedente, indicandomi l'uscita, mi aveva detto qualcosa che suonava come: "vai là e chiedi a qualcuno prima di salire".
Giunto in loco, poggiai lo zaino e mi armai subito del mio foglietto "lasciapassare". Un ragazzino, che sembrava il più incuriosito dalla mia presenza, si fece avanti.
"Devo andare a Nedumkandom", dissi in un inglese molto lento, con la certezza di aver storpiato il nome della mia destinazione. Ma il ragazzino capì al volo, e ridendo mi disse di aspettare; anche un signore dietro di lui, forse il babbo o lo zio, anche lui con un lunky, mi fece un cenno bonario col capo.
Il ragazzino aveva voglia di parlottare un po'.
"C'è una festa qui, l'Onam, e anche in altri villaggi", e mi indicò una piccola manifestazione che avevo scorto arrivando. Non sembrava nulla di speciale, ma in effetti, data l'esiguità del paesino c'era molta gente, caotica e colorata, tutta attorno a un carretto con sopra uno degli dei del ricco pantheon indù.
Il ragazzino rimase in silenzio per un paio di minuti, guardandomi come se si trattenesse dal chiedere qualcosa di imbarazzante. Poi non resistette più:
"Perché vai a Nedumkandom, non c'è nulla là".
Gli spiegai il mio "problema" e, rotto il ghiaccio, scattò la solita sfilza di domande e risposte a cui ero ormai abituato da tempo.
"Sono italiano".
"Italia! Milano, Torino..."
Non so quante volte ho sentito ripetere questa tiritera, soprattutto dai venditori per strada. E Torino era molto più quotata di Roma, Venezia e Firenze. Potere "olimpico" probabilmente, anche se tra gli indiani e lo sport, cricket a parte, non è che ci sia mai stato un gran feeling. Eppure Torino primeggiava quasi sempre.
"Viaggio solo, non sono sposato, non ho figli".
"Quanto si guadagna in Italia?", questo, però, me lo chiese il presunto babbo del ragazzino vestito di bianco, ma era comunque una domanda classica.
Stava arrivando un autobus.
"E' il tuo", disse l'uomo, che stava evidentemente rimuginando sulle cifre che molto approssimativamente gli avevo detto. Loro due rimasero in attesa alla "fermata".

Quel secondo bus era veramente strapieno, e per quasi un'ora restai in piedi proprio sulla porta, sempre aperta; anzi, il portellone di chiusura mancava proprio. Mi dovevo reggere di continuo con due mani, premendo lo zaino con una gamba contro lo schienale di uno dei sedili a cui stavo aggrappato, per evitare di vederlo volare via a ogni scossone.
Uno dei rari cartelli stradali che vidi appena partiti diceva che a Munnar mancavano 65 chilometri. Erano le 15,50. Alla fine arrivai a destinazione alle 19,40!
Tuttavia, quella nuova strada in mezzo alla foresta era fantastica. Un paio di volte provai a fare un piccolo filmato con la mia macchina fotografica, ma entrambe le volte rinunciai, riconquistando subito la presa che avevo mollato, rischiando ogni volta di cadere fuori. E per tutta l'ora di viaggio quasi non mi mossi, se non con la testa.
Nedumkandom sembrava una simpatica cittadina. La stazione degli autobus era la più piccola tra quelle che mi è capitato di vedere, e copriva un'area quadrata incredibilmente tranquilla, circondata dalle palme su di uno spiazzo di terreno un po' in quota. Molti dei mezzi in attesa, tutti spenti, erano di una taglia inferiore rispetto ai soliti bisonti a quattro ruote; ma anche quelli lì, pur piccoli, erano sempre tutti figli della Tata.
Dopo poco scoprii che alle tre città in cui mi sarei dovuto fermare, avrei dovuto aggiungerne una quarta, perché per arrivare da dove mi trovavo a Popparm (la "vecchia" numero 3) prima sarei dovuto passare anche per... non avevo la minima idea del nome che mi era stato detto. Il mio destino era ancora in mano a un bigliettaio vagante che questa volta mi recapitò su un piccolo autobus semivuoto e ancora fermo.
"Partiremo tra cinque minuti", mi disse il nuovo controllore, già persona "informata sui fatti", impeccabile nella sua uniforme verde scuro, quasi marrone, simil militare. Era l'unico, oltre a me, a non indossare il lunki.

Il paesello fuori programma, la mia nuova terza fermata, si chiamava Rajakumari, un nome meno impegnativo di quel che credevo, ma se non fosse stato per le scritte sulle insegne dei negozi (che spesso riportano anche l'indirizzo completo) non lo avrei mai scoperto. Fui l'unico a scendere dal piccolo autobus, che proseguì inerpicandosi per una stradina in salita e scomparendo subito dalla vista. Ero in un'altra "fermata"?
"Aspetta qui davanti!"
Oramai quella era la frase chiave del mio viaggio. "Qui davanti" significava davanti a un negozio di spezie o, meglio, di un rivenditore grossista, che le raccoglieva dai contadini e le rivendeva in grandi sacchi, e che stava dalla parte opposta della strada, un po' a nord.
Era situato sotto un piccolo porticato dove c'erano altri negozi, in tutto saranno stati una decina, ma forse meno. Poco più in là, di fronte, c'era un palazzo a due piani con altri negozi uno dei quali mostrava una lunga distesa di vestitini per bambine dai colori sgargianti, il vero segno tangibile che ci trovavamo in India, un negozio immancabile anche nel posto più sperduto dell'entroterra. Nelle città più grandi, di questi negozi se ne vedono ovunque. A Bangalore un'intera area del mercato era occupata da enormi stand dove se ne trovavano a centinaia, forse migliaia.
Il grossista, grosso pure lui, sulla cinquantina, stava pesando dei sacchi di cardamomo assieme ad altri due uomini, uno anzianotto e un ragazzo molto giovane, che lavoravano senza dire una parola, stranamente. Non c'era comunque molta confusione da nessuna parte, altro fatto insolito.
L'uomo del negozio mi chiese dove fossi diretto, e mi confermò che dovevo stare lì, fiducioso.
"Vuoi delle spezie?"
"Tentar non nuoce", si sarà chiesto, anche se era l'ultima delle cose di cui avevo bisogno. Forse avrei preferito un ombrello dato che stava iniziando a piovere e il mio k-way era mezzo bucato, e molto poco impermeabile.
"No grazie, le ho già prese e ne ho abbastanza".
"A Kumily?"
"Sì, e non ho molto spazio"
"Cardamomo, è ottimo", aggiunse, più per fare due chiacchiere che per tentare di vendermelo realmente.
Il effetti il cardamomo dell'India del Sud, specialmente del Kerala, è uno dei migliori del mondo. A Kumily avevo visitato un giardino di spezie in cui, oltre alle piante, mi fu mostrato anche la specie di forno usato per l'essiccazione delle capsule. E anche quello confezionato da tempo manteneva un profumo intensissimo.

Il mio quarto autobus era poco più piccolo del terzo, e aveva ancora meno posti a sedere, quasi un pulmino un po' allungato. Però, non so per quel motivo, c'erano addirittura due controllori: uno che faceva i biglietti e l'altro che, assieme al primo, teneva d'occhio le due uscite. Forse erano necessari due uomini perché le fermate erano quasi istantanee: si saliva e si scendeva senza perdere tempo, e al fischio dei due uomini l'autista ingranava la marcia.
A ogni fermata, uno dei due ragazzi urlava come un forsennato i nomi di quelle successive, sia mentre l'autobus entrava in un villaggio, sia mentre ripartiva, casomai ci fosse qualche ritardatario da prendere letteralmente al volo, e spesso c'era.
Altra differenza era il fischietto. Nei mezzi più grossi, quelli con un solo bigliettaio, c'è una cordicella che corre lungo il soffitto cui è legata una campanella fissata proprio sopra la testa dell'autista. Il bigliettaio controlla le porte e facendola suonare ordina, secondo un codice stabilito, di fermarsi o di ripartire.
Uno dei due ragazzoni che gestivano il flusso di persone del mio quarto bus, invece, aveva un fischietto che usava nello stesso modo, e siccome fischiare è più divertente che tirare una cordicella di spago, ci dava dentro nello stesso modo in cui gli autisti indiani di qualunque mezzo (autobus, taxi, rikshow, moto), usano il clacson: di continuo, come se la macchina fosse un'estensione del proprio corpo e richiedesse a ogni espirata anche un colpetto sonoro come per scaricarsi.
L'uso del clacson è tuttavia necessario, vista la generale "prudenza" di guida che non risparmia neanche i centri più affollati. Serve per dire "sto arrivando, vado forte e ora lo sai. Poi vedi tu: uomo avvisato mezzo slavato". E siccome ovunque ti torvi tra bus e alti mezzi ne arrivano sempre cinque o sei alla volta, in ogni tratto di strada questo caos orchestrale è quasi sempre al top.
Continua...
Mercoledì prossimo la terza e ultima parte


Torna alla prima parte

Leggi la terza e ultima parte

Due fermate degli autobus: qui sotto in Keala (settembre 2009), piu giù in Tamil Nadu (agosto 2009)
Una fermata degli autobus in India, Kerala

Una fermata degli autobus in India, Tamil Nadu





Questo Articolo proviene da Simone Mariotti
http://www.simonemariotti.com

L'URL per questa storia è:
http://www.simonemariotti.com/modules.php?name=News&file=article&sid=329