Pubblicato il 2 dicembre 2009 su La Voce di Romagna
in prima pagina
di Simone Mariotti
Neanche due anni fa mi ero messo da parte un inserto del Sole
su Dubai. Non che fossi interessato a prendere casa da quelle parti; è
che non si faceva che elogiare la dinamicità del piccolo emirato, che
era stato letteralmente stravolto nell'arco di una decina d'anni, e la cosa
mi incuriosiva: come in tutti i posti del mondo e della storia, dietro le crescite
troppo tumultuose si nascondono sempre grandi pericoli di bolle speculative.
Pochi mesi fa, oltretutto, mi trovai di passaggio a Dubai, uno scalo verso l'India,
e non potei non provare un certo stupore per quel mondo così sfavillante,
che visto dall'alto mostrava geometrie così perfette forse come in nessuna
altra parte del mondo.
L'indice di una bolla? Non sono presuntuoso al punto da dire che sapevo quel
che stava accadendo, anche perché non è detto che il default della
principale società di Dubai ci sia veramente né che non riesca
a uscirne con una buona ristrutturazione, grazie anche all'aiuto dei suoi vicini.
Il fatto è che ancora una volta (ormai ho perso il conto di quante situazioni
simili ho catalogato), i dubbi che la comunità globale nutriva su un
possibile deragliamento dell'emirato erano infinitesimali rispetto alla positività
che permeava l'argomento Dubai.
Uno dei motivi che mi incuriosirono di quell'inserto del Sole (gennaio 2008)
era una grande pubblicità a mezza pagina della Gabetti: "Dubai,
un grande investimento immobiliare ad alta rendita e tax free". C'era un
grande disegno che richiamava le famose isole artificiali a forma palme con
una palese forzatura di una realtà già di per se forzata: su quella
"foglia di terra" invece che case e alberghi c'erano solo grandiosi
grattacieli.
Mi colpì perché, anche del punto di vista grafico, feci subito
un'associazione con la Florida degli anni '20, quando la smania immobiliare
si sviluppò pure lì, su un terreno non desertico come Dubai, ma
senza dubbio sottosviluppato e senza altre risorse, e le cui doti venivano descritte
con lo stesso entusiasmo (e non c'era nulla di male in ciò) che la Gabetti
mostrava nel suo spot. Dubai, come la Florida del 1925, era vista come "paradiso
della modernità e del lusso", con un "mercato immobiliare in
straordinaria ascesa", a "prezzi fortemente competitivi" e, grazie
a tutto questo ben di Dio, Dubai sarebbe diventa "la tua nuova casa, il
tuo nuovo ufficio, la tua nuova vita".
Oggi i valori immobiliari rispetto a due anni fa sono scesi del 50%, tanto che
neanche il mercato finanziario globale nel momento peggiore della crisi recente
aveva toccato un fondo così basso. Ma non è questo il punto.
Io credo che l'emirato abbia in realtà davanti a se un nuovo futuro.
Il solito problema è stata la fretta e l'avidità, l'esagerata
smania di grandiosità. Ma credo che Dubai possa uscire addirittura rafforzata
dalla crisi che la sta colpendo. E la forza potrebbe chiamarsi democrazia, che
vorrebbe dire un po' più di controllo, più trasparenza e speriamo
meno fretta e meno dinamicità, due classiche qualità che tendono
a volte a trasformarsi in boomerang.
L'inserto era introdotto da un articolo di Ugo Tramballi che non si soffermava
solo sulla crescita economica, ma anche su un aspetto peculiare di Dubai: la
demografia e le sfide che essa comportava. E già allora si segnalava
una qualche debolezza strutturale. Chiudo queste mie brevi considerazioni con
la parte finale dell'articolo di Tramballi
"Ma non è solo di queste riforme che Dubai
e gli altri emirati hanno bisogno. Business e potere politico ancora non si
sono staccati l'uno dall'altro. È anche per questo che le agenzie internazionali
di rating come Standard & Poor's, si chiedono se Dubai possa onorare i crediti
che raccoglie; se non si debba chiedere maggiore trasparenza e informazione
sui bilanci che l'emiro e i suoi ministri, alcuni dei quali parenti, presentano
al mondo. Il debito governativo di Dubai oggi ha quasi raggiunto il 42% del
suo Pil.
Nel 2006, alla fine di dicembre, a Dubai e negli altri Emirati ci furono le
prime elezioni per così dire politiche: era stata eletta la metà
del Consiglio nazional-federale, una specie di Parlamento. Solo 7mila degli
825mila cittadini degli Emirati sono stati autorizzati a votare. Ma la questione
vera non è politica: perché società fondate su base tribale
passino alla democrazia, occorre tempo. Il problema piuttosto è demografico:
fra i poco più che 800mila cittadini degli Emirati e gli altri 2,5 milioni
di residenti stranieri.
Dubai è un posto così cosmopolita che il 10% della sua popolazione
di 1,2 milioni è inglese. Poi ci sono i pakistani, i filippini, gli egiziani,
gli indiani. Presto negli Emirati nascerà la prima generazione d'immigrati
che prima o poi rivendicheranno il pieno diritto alla cittadinanza.
Data la scarsa popolazione indigena e lo squilibrio demografico nettamente a
favore degli altri, il problema dell'immigrazione avrà un impatto ben
più forte che in Europa. Sapranno le vecchie società tribali di
Dubai e dell'intero Golfo trovare un equilibrio con l'elemento cosmopolita che
la crescita dell'immobiliare non può che contribuire a espandere? Quello
che lo sceicco al-Maktoum ama definire lo "spirito di Dubai" saprà
sopravvivere a questi cambiamenti? Il problema non è di oggi, se ne riparla
fra una ventina d'anni. Ma solo i "Villaggi Potemkin" non pensano
al futuro".
Forse questa crisi accorcerà un po' tempi, e magari
aiuterà un certo mondo arabo a liberarsi di alcune situazioni che a volte,
un po', sembrano veramente un "villaggio Potemkin".
p.s.
Secondo una leggenda mai storicamente dimostrata, i "villaggi Potëmkin"
furono villaggi fasulli fatti di cartapesta e popolati da attori che erano stati
fatti costruire dal principe Grigori Potëmkin a fine Settecento, per ingannare
l'imperatrice Caterina II in visita nelle province lungo il Dniepr, per convincerla
del buon utilizzo delle risorse a lui affidate.